Dopo due anni dalla caduta dell’Isis che l’aveva resa la sua roccaforte e capitale de facto, Mosul è una città abbandonata, una città fantasma; crivellata dai proiettili e dalle schegge delle trappole esplosive, costellata dai crateri delle bombe guidate e piena di edifici semi distrutti.

Cemento e ferro divelto ovunque, macerie e mancanza di acqua e luce in molti quartieri della città. Questo l’affresco di Mosul, la città a nord dell’Iraq dove i peshmerga curdi, con l’appoggio della forza aerea della Coalizione Internazionale e l’esercito regole di Baghdad, si sono scontrati con quel che restava dei miliziani islamisti dell’Isis.

Oggi decine di ragazzini, sfollati e senza tetto si aggirano dove gli Ied – le terribili trappole esplosive improvvisate – hanno mietuto decine di vittime. Chi può scava per cercare di recuperare qualsiasi cosa. Di tanto in tanto si scoprono resti di cadaveri. Dopo due anni dalla liberazione, e tre anni di occupazione, non c’è nessun reale piano di ricostruzione però, e la città sembra essersi fermata per sempre a quei giorni, nella totale negligenza degli appaltatori iracheni che si erano proposti per riportare alla vita la città.

Il governatore regionale smentisce le accuse di ogni tipo riguardo al verificarsi di frodi e negligenza, appellandosi al fatto che i fondi statali erogate per finanziare la ricostruzione sono “insufficienti”, ma l’agenzia Reuters, che ha inviato i suoi reporter sul posto sta facendo luce su come questi finanziamenti siano mal spesi. E nel frattempo chi può si fa prestare denaro da parenti e amici per ricostruire da solo la propria casa, ripartendo dai muri rimasti in piedi e dai tetti scoperti.

“Non c’è un piano strategico. È il caos “, ha dichiarato in un intervista il politico iracheno Mohamed Nuri Abed Rabbo. Una pianificazione “inadeguata” sta consentendo una cattiva gestione di ogni sforzo atto alla ricostruzione e la corruzione sta dilagando lasciando tutto com’è. E adesso il rischio è che ciò che resta delle cellule jihadiste possa sfruttare il risentimento del popolo per radicalizzare nuovi adepti per riportare il terrore in un territorio dove le leggi della Sharia costringevano le donne alla più abietta sudditanza e dove l’omosessualità era punita con la morte.  Uno scenario simile a quello che si verificò in Afghanistan con Al-Qaida.

Dei circa sette milioni di tonnellate di detriti e macerie provocati da centinai di raid dei cacciabombardieri e dalle batterie di artiglieria, oltre la metà sarebbero ancora nel mezzo della città, immobili e abbandonati a loro stessi. Il bilancio statale del 2019 ha stanziato 560 milioni di dollari per la ricostruzione di Mosul, mentre i funzionari delle Nazioni Unite avevano valutato i piani di ricostruzione stimando costi per quasi 2 miliardi di dollari. Così la pianificazione inadeguata starebbe giustificando una stagnazione e un immobilismo all’interno del quale si insinuano corruzione e un pericoloso risentimento. 

Secondo un report dell’organizzazione non governativa Reach, sarebbero quasi 2 milioni gli sfollati iracheni causati dalla lotta allo Stato islamico; molti di questi non possono fare ritorno alle loro case perché completamente distrutte. Nel nord dell’Iraq, dove sventolavano le bandiere nere, la popolazione vuole tornare a vivere, ma regna ancora il caos, e il caos può diventare il prodromo di un’ennesima fase di oscurantismo messa in atto dagli ultimi rimasugli del Califfato Nero. Che è stato sconfitto, ma non ancora sradicato. 

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