Guerra /

Il primo ministro iracheno Haider al-Abadi, ieri a colloquio con il leader del Kurdistan iracheno Massoud Barzani in occasione della Conferenza di Monaco, ha annunciato l’inizio di un’imponente operazione militare per riprendere il controllo della parte occidentale di Mosul, tuttora in mano ai tagliagole dello Stato islamico. L’Afp ha riportato le parole di Abadi che si è detto fiducioso perché “è cominciata una nuova fase per la riconquista della città che ci ha portato a concentrare le truppe di Baghdad nella piana di Ninive”, provincia irachena di cui Mosul è la capitale.[Best_Wordpress_Gallery id=”433″ gal_title=”Battaglia finale Mosul”]Mosul infatti è il nome che gli Arabi musulmani diedero all’antica Ninive, la capitale assira citata nella Bibbia e già testimone dell’ignoranza e della brutalità dell’Isis che nel 2015 fece saltare in aria le sue antichissime mura. A raccontare le barbarie dei miliziani dello Stato islamico in questa zona era stato il quotidiano panarabo al Hayat, il primo a parlare dello scempio subìto dalla millenaria cinta di mura di Ninive, le cui porte di oltre duemila anni sono state sradicate e distrutte dai combattenti di Daesh con un bulldozer. Il sito di Ninive si trova sulla sponda orientale del fiume Tigri, mentre Mosul si erge sulla sponda occidentale.Il leader iracheno ha confermato la volontà di “liberare i cittadini ancora imprigionati nella città e vittime del terrore di Daesh”. Già dallo scorso sabato l’aviazione irachena aveva iniziato a lanciare volantini per avvertire i residenti di cominciare a prepararsi all’arrivo imminente delle truppe sotto il comando di Baghdad; in questo modo si è cercato di infondere un po’ di fiducia e speranza ai civili imprigionati nelle zone controllate dai miliziani di Al-Baghdadi durante quello che si spera si riveli come l’ultimo assedio alla roccaforte dello Stato islamico in Iraq. In realtà su Mosul sono stati lanciati diversi volantini. Secondo le fonti di Reuters alcuni – quelli rivolti agli innocenti cittadini in ostaggio – recitavano: “Le vostre forze armate stanno avanzando attraverso il lato orientale. Siate pronti ad accogliere i soldati e a cooperare con loro”. Su un altro, rivolto ai miliziani dello Stato islamico, c’era stampato l’avvertimento del ministero della Difesa iracheno: “Deponete le armi e arrendetevi”.I tentativi di liberazione della città vanno avanti da quando Mosul – seconda città dell’Iraq per estensione – è caduta in mano alle milizie dell’Isis nel giugno del 2014. Chi, con coraggio, da allora combatte strenuamente, sono le forze governative irachene coadiuvate dalle milizie curde. L’ultima operazione militare di questo tipo era stata lanciata il 17 ottobre scorso e, dopo mesi di intensi combattimenti, le truppe curdo-irachene supportate dai bombardamenti statunitensi erano riuscite ad assicurarsi il controllo della parte orientale della città. Per questo motivo ora per completare la liberazione di Mosul i curdi e le truppe irachene devono cercare di eliminare i jihadisti ancora arroccati nella fascia occidentale di questa che ormai da anni non è più una di quelle città testimoni dell’influenza del cristianesimo in Medio Oriente, ma l’avamposto delle milizie di Daesh, da loro battezzata capitale dello Stato islamico in Iraq, proprio come Raqqa in Siria e Sirte in Libia.

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Una donna e un bambino dopo la sconfitta delle bandiere nere in Libia. Foto di Alessio Romenzi (via LaPresse)
Secondo le stime delle Nazioni Unite ci sono ancora 750mila civili che vivono nella parte occidentale di Mosul sotto il controllo dei tagliagole dell’Isis e ad aggravare la loro situazione già al limite del sostenibile pesano la mancanza di cibo, acqua ed elettricità, di cui la città è sprovvista da ormai troppo tempo per non cominciare a temere considerando l’elevato numero di cittadini costretti a subirne le conseguenze.Nel frattempo l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, ha parlato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco questa mattina dicendosi soddisfatto perché “non si è mai stati così vicini alla pace in Siria”. Ha espresso la sua fiducia nei confronti dei colloqui di Astana ma a suo dire “è ora di pensare ad un piano che includa tutte le fazioni sul territorio, compreso Daesh”, che de Mistura identifica come un’entità che nel tempo “può cambiare anche nome, leader o interlocutore”, ma che non può essere completamente esclusa dalle trattative per la pace in Siria e nell’Iraq settentrionale se l’obiettivo è riportare stabilità e sicurezza in Medio Oriente.Il diplomatico svedese naturalizzato italiano ha citato le precedenti campagne occidentali in Iraq e in Afghanistan per sottolineare che, se si è imparato qualcosa dagli errori del passato, è che “non si può pensare di portare la pace in un Paese se non si pensa ad una soluzione politica che coinvolga tutte le parti in gioco” e che eviti conseguentemente la formazione di “vuoti di potere”. Perché questi non possono comportare altro se non ulteriori disordini da parte delle fazioni più estremiste attirate dal desiderio di colmarlo. A ricordarcelo, oltre agli esempi sopracitati, è il sempre attuale caso (caos) libico dopo l’uccisione del tanto vituperato Muammar Gheddafi.

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