Nelle acque del Golfo dell’Oman e dello Stretto di Hormuz è ormai conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran. Nell’area, infatti, è operativa la 5a flotta statunitense, che pattuglia un insieme di 21 Paesi, il Golfo Persico, il Golfo di Oman, il Mar Rosso, parti dell’Oceano Indiano e tre strozzature critiche nello Stretto di Hormuz, Bab al-Mandeb e il Canale di Suez. Ed è proprio in quest’area che l’attività americana cerca di ostacolare i rifornimenti bellici ai ribelli Houthi da parte di Teheran.

Una guerra navale già in atto

Il 5 dicembre scorso, infatti, una motovedetta della Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha interagito in modo poco sicuro con le navi della Marina degli Stati Uniti che transitavano nello Stretto di Hormuz. A riferirlo, lo Uscentcom: la USS Lewis B. Puller e il cacciatorpediniere missilistico guidato USS The Sullivans stavano effettuando un transito di routine in acque internazionali quando la motovedetta si è avvicinata. La nave iraniana ha tentato di accecare il ponte accendendo un riflettore e ha attraversato entro 150 iarde dalle navi statunitensi, pericolosamente vicine, soprattutto di notte.

Le navi statunitensi hanno ridimensionato la situazione in modo sicuro attraverso l’impiego di allarmi acustici e laser non letali. Le navi della Marina americana hanno continuato il loro transito senza ulteriori incidenti. Le azioni dell’IRGC hanno violato gli standard internazionali di comportamento marittimo professionale e sicuro, aumentando il rischio di errori di calcolo e collisione. “Questa pericolosa azione in acque internazionali è indicativa dell’attività destabilizzante dell’Iran in tutto il Medio Oriente”, ha affermato il colonnello Joe Buccino, portavoce del Centcom.

Il 1° dicembre, le forze navali statunitensi in Medio Oriente avevano già intercettato un peschereccio che contrabbandava più di 50 tonnellate di munizioni, micce e propellenti per razzi nel Golfo di Oman, lungo la rotta marittima dall’Iran allo Yemen. Il personale della Marina che operava dalla Lewis B. Puller ha scoperto il carico illecito durante una verifica della bandiera, segnando il secondo sequestro illegale di armi della 5a flotta statunitense in un mese. Le forze della Lewis B. Puller hanno trovato più di 1 milione di colpi di munizioni da 7,62 mm; 25.000 colpi di munizioni da 12,7 mm; quasi 7.000 micce di prossimità per razzi; e oltre 2.100 chilogrammi di propellente. “Questa significativa interdizione mostra chiaramente che il trasferimento illegale di aiuti letali e comportamenti destabilizzanti da parte dell’Iran continua”, ha affermato il vice ammiraglio Brad Cooper, comandante del comando centrale delle forze navali statunitensi della 5a flotta.

Le forze navali americane rimangono, dunque, concentrate sulla deterrenza e l’interruzione di attività marittime pericolose nella regione: la fornitura, la vendita o il trasferimento diretto o indiretto di armi agli Houthi nello Yemen, infatti, viola la Risoluzione 2216 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e il diritto internazionale.

La tregua in Yemen

Sebbene il teatro yemenita sia finito nella periferie delle priorità mondiali, gli attacchi degli Houthi non si fermano. Il 24 novembre, il Presidential Leadership Council of Yemen ha accusato l’Iran di essere coinvolto negli attacchi ai porti petroliferi, avvertendo di una “potenziale crisi dei salari e della sicurezza alimentare”. Dal momento che il governo dello Yemen riconosciuto a livello internazionale e gli Houthi non sono riusciti a estendere una tregua lo scorso ottobre, il gruppo ha lanciato attacchi contro tre porti petroliferi, ovvero Al-Dabbah, Al-Nashima e Qena nelle province di Hadramout e Shabwa nello Yemen orientale, tra condanne locali e internazionali.

Le azioni di disturbo nella acque internazionali portano ad una necessaria riflessione sullo stato dell’arte del conflitto yemenita. L’inviato speciale degli Stati Uniti per lo Yemen, Tim Lenderking, ha dichiarato mercoledì che le “richieste massimaliste” degli Houthi hanno ostacolato gli sforzi delle Nazioni Unite per rinnovare una tregua di sei mesi nel Paese, che si è conclusa a ottobre. Lo Yemen sta attualmente vivendo il più lungo periodo di calma dall’inizio della guerra otto anni fa: questa calma non solo ha portato un sollievo tangibile a milioni di yemeniti, ma ha anche creato un’opportunità unica per un processo di pace. Le acque di Hormuz però dicono altro: la volontà dei ribelli di farsi foraggiare dall’Iran e la volontà di quest’ultimo di proseguire nella destabilizzazione dell’area, nonostante la traballante condizione del regime di Teheran.

Teheran sempre più pericolosa

Traballante e quindi sempre più pericolosa: l’Iran in questo momento è una vera mina vagante e con le sue forze proxy e in grado di colpire ovunque in maniera massiccia, molto più di quanto abbia fatto in passato. Il Paese non solo sta affrontando una gravissima crisi esistenziale interna ma sta perdendo la sua partita per assicurarsi la leadership della regione. Lo scorso agosto, l’Unione europea aveva inviato a Teheran una bozza di accordo per rilanciare il Jcpoa, firmato nel 2015 dall’Iran con la stessa Ue, nonché la Francia, il Regno Unito, la Germania, la Russia e gli Usa. Il revival del negoziato, che avrebbe anche alleggerito le sanzioni al Paese, ora giace moribondo. E sebbene uno scontro diretto tra Iran e potenze occidentali sia alquanto in probabile per una serie di ragioni, è indubbio che questo stia avvenendo già per procura altrove.

L’interesse principale di Washington in Yemen rimane il contrasto ai gruppi jihadisti, Aqap (Al-Qaida nella Penisola Arabica) in primis. Dal 2015 Washington ha appoggiato l’intervento della Coalizione saudita contro gli Houthi: lo scorso anno il presidente Biden ha però annunciato la fine del sostegno americano alle operazioni offensive nell’area, a esclusione di quelle contro Al-Qāʿida. Sebbene gli Stati Uniti abbiano provato a separare la vicenda Yemen dalla battaglia esistenziale con l’Iran, in questo momento i due dossier sembrano definitivamente e volontariamente inscindibili.

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