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L’operazione Irini continua a monitorare le acque del Mediterraneo centrale. L’ispezione del cargo turco Rosaline-A da parte della fregata Hamburg della Marina tedesca ha scatenato le ire turche ma ha anche riacceso i riflettori su una missione particolarmente importante che vede l’Union e europea in prima linea nel far rispettare l’embargo sulla Libia. L’obiettivo è quello di evitare che le milizie libiche possano essere rifornite illegalmente di armi e mezzi per condurre la guerra minando dal profondo il percorso di pace e stabilizzazione del Paese. E Irini, guidata dall’ammiraglio italiano Fabio Agostini, si trova a dover gestire una situazione estremamente complessa in cui si uniscono diversità di agende di politica estera, coinvolgimento di varie potenze interne ed esterne all’Unione europea, rapporti con la Nato e il caos della Libia, frammentata tra diversi governi, milizie, fazioni e territori più o meno indipendenti l’uno dall’altro.

I risultati di Irini

Nella due giorni di Shade Med – “Shared Awareness and De-confliction for the Mediterranean Sea”, la conferenza organizzata proprio dall’operazione europea, molti esperti – oltre allo stesso Agostini – hanno cercato di fare il punto della situazione analizzando nel dettaglio criticità e punti di forza di un momento particolarmente difficile per il Mediterraneo centrale e per l’operazione. Irini, come confermato dal comando dell’operazione, in questi mesi ha ottenuto risultati importanti.

Con l’interrogazione di 1.400 navi, le 58 visite (in modalità friendly approach) per i cargo, cinque ispezioni e una nave dirottata in un porto europeo per analizzare il carico illecito rinvenuto a bordo, l’operazione iniziata a marzo del 2020 ha dimostrato un’efficacia importante, cui si aggiungono i 130 voli sospetti monitorati dalle stesse forze partecipanti alla missione. Un lavoro fondamentale per il mantenimento della stabilità della Libia e per il proseguimento della pacificazione (questione che l’operation commander ritiene fondamentale proprio in virtù del valore che può avere Irini nel supportare il processo coinvolgendo l’Europa). Idea condivisa anche dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che a Palma de Maiorca, incontrando l’omologa spagnola Margarita Robles Fernandez, ha ribadito come Irini possa “giocare un ruolo importante per la stabilità del Mediterraneo e nel processo di pace e stabilizzazione della Libia” anche attraverso “una sempre maggiore cooperazione con l’operazione Nato Sea Guardian”.

Un punto estremamente importante su cui da tempo si dibatte in sede europea. Perché il rapporto tra Irini e Nato è considerato una delle chiavi più importanti per comprendere il presente e il futuro della missione, anche in funzione di un miglioramento della sua efficacia. Anche durante la conferenza Shade Med si è ribadita la necessità di questa partnership con la Nato che, ultimamente, sembra essersi arenata, specialmente a livello tattico e operativo. Agostini ha confermato l’auspicio di una sorta di alleanza tattica tra Nato e Eunavfor Irini soprattutto nello scambio delle informazioni, ma sotto questo profilo è il lato politico ad avere il sopravvento sulle valutazioni tattiche. L’impressione è che le agende degli Stati europei e di tutti gli Stati Nato non coincidano in toto con gli scopi della missione europea in Libia. E in questo senso è chiaro che tutte le criticità della Nato nella gestione di alcuni conflitti interni – si pensi in particolare a quello latente ma molto duro tra Grecia e Turchia – si ripercuotono anche sulla relazione che l’Alleanza atlantica ha con Irini. Avvicinare le due operazioni è l’auspicio di molti, ma un rischio che a Bruxelles molti non vogliono correre per evitare una sovrapposizione troppo marcata tra interessi Ue e interessi atlantici. Divisi anche (ma non solo) nella gestione delle arie crisi interne al Mediterraneo centrale e orientale.

Il nodo turco

Un problema che chiaramente incide, e non poco, sul lavoro svolto nella missione europea. Basti pensare al fatto che le agende dei Paesi europei in Libia si sono rivelate da sempre molto distanti tra loro o comunque non sovrapponibili, con Francia, Germania e Italia che hanno da sempre sostenuto strategie diverse fino a sostenere più o meno pesantemente l’uno o l’altro schieramento. O, per spostarci più a oriente, il ruolo della Turchia, potenza che ormai è divenuta il principale sponsor internazionale del governo di Tripoli, il quale a sua volta è anche l’interlocutore di Irini sulle coste libiche. Un dialogo quindi che diventa particolarmente difficile nel momento in cui da una parte si blocca il traffico illegale di armi diretto verso la Tripolitania e dall’altro lato ci si deve appunto relazionare con chi usufruisce di questo traffico, sia da parte libica che da parte turca.

Un nodo di fondamentale importanza che diventa ancora più essenziale se, come sostenuto da alcuni media libici, Ankara sarebbe addirittura pronta a spostare la produzione di armi direttamente nel territorio controllato dal Governo di accordo nazionale. Secondo Agenzia Nova, solo ieri almeno tre Airbus A400 turchi sono atterrati sulla pista di Al Watiya e si sospetta contenessero armi e munizioni per i combattenti del Gna o legati ad esso. E secondo Libya Akhbar, è possibile che la Turchia abbia trovato un accordo con il governo di Tripoli per produrre in loco le armi aggirando l’embargo. Un’informazione che arriva dal comando nemico della Cirenaica, quello di Khalifa Haftar, e che giungerebbe proprio a pochi giorni da quell’ispezione sul cargo turco che ha suscitato le apre critiche di Recep Tayyip Erdogan e del suo governo.

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