Guerra /

Robert Carlin ha studiato per più di quarant’anni la Corea del Nord. La conosce benissimo, ne ha seguito ogni minimo dettaglio prima alla Cia, poi nel dipartimento di Stato e ora come consulente della Cbs. In questi decenni, come ricordato in un’intervista a Cbs News, ha tratto sicuramente due insegnamenti. Il primo, quello di non credere a tutto ciò che si vede, perché il governo nordcoreano mostra al mondo soltanto ciò che vuole far vedere. Il secondo insegnamento è quello per cui “gli americani che guardano dall’alto in basso la Corea del Nord, come una nazione arretrata, stanno commettendo un grosso errore”. “Penso che ci capiscano meglio di quanto li capiamo. Siamo ancora appesantiti da molti stereotipi e ci faranno inciampare”, continua l’analista statunitense, che conclude con un monito rivolto a tutti: “Pensiamo che se applichiamo una pressione sufficiente, li faremo piegare. E la mia impressione, maturata nel corso degli anni, è che questo non è un Paese che si arrenderà”. L’intervista della Cbs, che coinvolge tre fra i più importanti esperti di Corea del Nord, mostra un quadro del tutto diverso dalla percezione che i media americani vogliono dare del Paese asiatico. C’è sempre un senso di minaccia, ma c’è anche una chiara definizione del Paese come di un avversario governato non da un governo irrazionale e folle, ma da una classe dirigente lucida ed estremamente razionale, di cui è bene non sottovalutare le capacità.

Per decenni, l’immagine della Corea del Nord filtrata dagli Usa e dagli alleati asiatici è stata corretta da una sorta di pregiudizio tipico della politica statunitense, che tenta di ridicolizzare l’avversario prima ancora di inquadrarlo nella sua realtà. E questo è avvenuto anche con le capacità belliche, nucleari soprattutto, di Pyongyang. Tuttavia, i funzionari d’intelligence e gli scienziati che hanno avuto modo di vedere con i propri occhi quello che accade nel territorio nordcoreano, parlano di una realtà del tutto diversa e che va valutata con estrema cautela. Sempre nell’intervista della Cbs, è interessante soprattutto la testimonianza di Siegfried S. Hecker, direttore emerito dei laboratori di Los Alamos e consulente presso il Center for International Security and Cooperation di Stanford. Hecker è l’unico scienziato americano ad aver avuto modo di visitare il centro di ricerca nucleare di Yongbyon, su invito ufficiale del governo della Corea del Nord, negli anni Duemila. In occasione delle sue visite, quello di cui rimase impressionato Hecker fu l’assoluta trasparenza con gli scienziati nordcoreani e di funzionari del governo mostravano gli sviluppi del programma nucleare. L’esperto Usa venne accompagnato in tutte le parti del centro di ricerca che aveva strumenti antiquati, paragonabili a quelli che usavano nei laboratori di Los Alamos negli anni Sessanta, ma che al contempo riusciva ad essere perfettamente efficiente e in grado di sviluppare plutonio. Plutonio che poi mostrarono all’invitato statunitense e che quest’ultimo non volle far credere ai suoi interlocutori di ritenere autentico. In realtà era autentico e Hecker lo sapeva benissimo. Ma la cosa più sorprendente fu quando venne accompagnato al secondo piano. “Ero semplicemente sbalordito. Non potevo credere a quello che stavo vedendo”, racconta lo scienziato, “2mila centrifughe allineate, e sembravano belle, moderne”. “La cosa più incredibile – sottolinea – Hanno messo un tetto blu su questa struttura che è assolutamente visibile dalle immagini satellitari e nessuno ne era a conoscenza”. Insomma, quello di cui è stato testimone Hecker è la facilità con cui la Corea del Nord abbia costruito un’area con migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, sotto gli occhi dell’intelligence americana. Proprio per questo motivo, gli esperti non solo segnalano che la Corea del Nord potrebbe già possedere una trentina di bombe nucleari, ma che non va assolutamente sottovalutata la capacità di miniaturizzazione delle testate per montarle su un missile intercontinentale.

Queste testimonianze devono far riflettere su chi, per molto tempo, ha gridato alla follia di Kim Jong-un e alla possibilità di un attacco preventivo. Innanzitutto, la Corea del Nord sta seguendo un programma politico di assoluta precisione, che l’ha condotta, nonostante un embargo economico e l’occhio vigile degli Stati Uniti, al raggiungimento di un arsenale nucleare autonomo. Questo significa che, sotto l’immagine grottesca offerta dalla propaganda nordcoreana, si nasconde un progetto molto più razionale e quindi anche molto più approfondito. Programma per certi versi anche meno pericoloso, perché in mano non a un folle, come si diceva prima, ma una leadership fuori dai nostri schemi, estranea alla democrazia e al nostro diritto, ma del tutto lucida. Inoltre, il fatto che la Corea del Nord avanzi nei due programmi, nucleare e balistico, induce a riflettere sull’impossibilità, allo stato d’attuale, di ritenere valida l’opzione di una cosiddetta “guerra preventiva”. Innanzitutto perché il concetto di “guerra preventiva” è un concetto mediatico che non ha un valore nella realtà: la guerra è guerra, anche se scatenata per evitarne una peggiore. E anche se ci manteniamo sul concetto di “strike preventivo”, è inoltre possibile che la Corea del Nord abbia già raggiunto un numero sufficiente di testate e una capacità di miniaturizzazione in grado di colpire chiunque nel raggio di migliaia di chilometri. Sottovalutare le capacità del regime nordcoreano non è stata una mossa vincente.

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