“Quello che è successo a Parigi da noi succede ogni giorno da cinque anni”. Fu il commento di Bashar Al Assad all’indomani degli attentati del 13 novembre. Domenica Daesh ha commesso un’altra strage, questa volta al sud di Damasco, vicino al mausoleo sacro di Sayyida Zeynab (figlia di Alì e Fatima, nonché nipote di Maometto e sorella di Hussein) dove tra l’altro è sepolto Alì Shariati, ideologo della rivoluzione iraniana e oppositore dello Scià di Persia (sulla sua figura ha scritto un saggio il giornalista Riccardo Cristiano). Il bilancio è stato di circa 71 morti e oltre 100 feriti.

Ora molti commentatori politici occidentali accusano il presidente siriano di strumentalizzare il massacro con lo slogan “tutti i ribelli sono uguali”, tuttavia il vero perdente dopo questo massacro è proprio lui. Damasco piange esattamente come piansero Parigi e Istanbul. Stessi mandanti, stesse vittime innocenti. E gli uomini del Califfato, telecomandati o meno dai petrodollari dell’Arabia Saudita, hanno di fatto ottenuto quello che volevano: terrorizzare la popolazione siriana di confessione sciita e rallentare i negoziati di pace in corso a Ginevra dove Bashar Al Assad, tutelato dalla diplomazia di Mosca e Teheran, è in netto vantaggio sui suoi avversari. Non solo il suo nome non viene menzionato nella risoluzione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Paese ma in più la delegazione governativa si è mostrata aperta al dialogo al contrario degli oppositori che in un primo tempo non si erano nemmeno presentati ai colloqui.

Non a caso sui muri del santuario di Zeynab ci sono ancora le foto di Khamenei e del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, i peggiori nemici di Riad. Il sito era già stato preso di mira in passato: nel febbraio del 2015 un attacco suicida a un posto di blocco vicino al mausoleo causò la morte di 4 persone e il ferimento di altre 13. Nello stesso mese venne attaccato anche un autobus di pellegrini libanesi diretto alla moschea, in un attentato rivendicato da Jabhat al Nusra, gruppo affiliato ad Al Qaeda, e costato la vita a nove persone. Era quello il luogo che ha sempre fatto da collante tra l’Iran degli ayatollah, il movimento armato libanese e la minoranza religiosa alawita (riconosciuta dagli sciiti negli anni Settanta) che attualmente governa la Siria e di cui fa parte Bashar al Assad. Per questo motivo fin dall’inizio della guerra era stato posto in sicurezza dalle milizie di Hezbollah e dall’esercito siriano, che hanno creato posti di blocco intorno per proteggerlo ed evitare ai veicoli di avvicinarsi. Da qualche mese infatti gli autobus con i pellegrini che giungevano dai Paesi limitrofi non arrivavano più a destinazione.

Più che un luogo sacro, il mausoleo di Zeynab era ormai diventato il quartier generale della resistenza dove si prega e si combatte contro il terrorismo di Daesh. L’obiettivo degli attentatori era proprio quello di colpirlo per spezzare quell’alleanza strategica che lega Damasco a Teheran. Perché malgrado le discrepanze ideologiche, etniche e religiose che esistono tra i due Paesi il patto tra la Siria bathista e l’Iran post-rivoluzionario dura ormai da un quarto di secolo (all’inizio della guerra contro l’Iraq, Hafez Al Assad appoggiò Ruhollah Khomeyni) e mantiene viva la “mezzaluna sciita” in funzione anti saudita.

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