I riflettori sono puntati sull’Ucraina, dove l’operazione militare russa potrebbe presto entrare nella sua fase cruciale. Le previsioni indicano invece Taiwan come prossimo, o forse imminente, punto caldo, con la Cina pronta a sferrare la spallata decisiva per allontanare da Taipei l’ombrello statunitense. Eppure ci sono indizi alquanto interessanti che dovrebbero far spostare l’attenzione della comunità internazionale ancora più a est, in quello che un tempo veniva definito Estremo Oriente.

Nella testa di Kim

Al momento, e almeno in apparenza, nell’area compresa tra il Mar Giallo e il Mar del Giappone (o Mar Orientale della Corea) tutto tace. Le uniche eccezioni sono i test missilistici effettuati da Kim Jong Un. Niente di nuovo, direte voi. È probabile che sia effettivamente così. Ma vale tuttavia la pena analizzare un po’ di aspetti che ci portano a sfiorare un’ipotesi che, in fin dei conti, è sempre stata un vecchio pallino della Corea del Nord: regolare una volta per tutte i conti rimasti in sospeso con gli statunitensi dalla Guerra di Corea, scacciare Washington dalla penisola coreana e ricreare una mitica unità nazionale.

Dal 1953 – congelamento della suddetta guerra, teoricamente ancora in corso non essendo stato firmato alcun armistizio – in poi, nessun leader nordcoreano è mai arrivato a tanto. Certo, con l’avvento di Kim terzo, il figlio di Kim Jong Il, la tensione è aumentata alle stelle grazie agli enormi progressi mostrati da Pyongyang in ambito militare. Quelli che una volta erano considerati test folkloristici, in meno di un decennio si sono trasformati in autentiche prove di forza, con missili balistici intercontinentali sfoggiati per avvisare il mondo intero di che cosa potrebbe fare la Corea del Nord in caso della ripresa delle ostilità. E poi minacce, frecciatine, provocazioni, e in mezzo pure molteplici incontri tra l’allora presidente statunitense Donald Trump, il sudcoreano Moon Jae In e Kim Jong Un (incontri che non hanno sostanzialmente portato a progressi diplomatici degni di nota).


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Segnali contraddittori

Ma quali sono i possibili segnali di allarme, quanto meno da interpretare? Il primo: il prossimo 9 marzo in Corea del Sud vanno in scena le elezioni presidenziali. Quasi nessun esperto riteneva plausibile che Pyongyang potesse agitare le acque proprio in un momento del genere. In generale, provocare Seul in una fase durante la quale il suo elettorato deve scegliere a quale partito affidarsi è teoricamente, per il Nord, piuttosto controproducente. L’aumento della tensione, infatti, andrebbe a premiare i candidati conservatori a discapito dei progressisti, più inclini al dialogo e indulgenti nei confronti del Nord. Insomma, Kim non avrebbe alcun interesse ad avere tra i piedi un governo conservatore in Corea del Sud. Nonostante questo ragionamento, il governo nordcoreano ha comunque sorprendentemente effettuato lanci.

Secondo aspetto da prendere in considerazione: come ha fatto notare Asia Press, nel corso della riunione generale del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori di Corea, tenutasi alla fine del 2021, sarebbe stata presa la decisione di completare lo sviluppo di missili ipersonici e di “produrli in serie” per il dispiegamento sul campo nel 2022. Altro campanello d’allarme, anche se bisogna fare un distinguo: un conto sono i test missilistici effettuati (con successo) da Kim, un conto la produzione di massa per il dispiegamento di queste armi in maniera effettiva, per la quale potrebbe volerci ancora molto tempo.

Arriviamo al terzo e ultimo aspetto. Se diamo un’occhiata ai comunicati e ai messaggi che hanno accompagnato il lancio degli ultimi test, risaltano un paio di parole chiave, “attacco a sorpresa” e “irregolarità“, proprio come se la Corea del Nord volesse prepararsi, appunto, a un attacco a sorpresa contro la Corea del Sud. Non sappiamo, ovviamente, se un lessico del genere rientra nella semplice propaganda interna o se, al contrario, nasconde un messaggio indiretto.

Come se non bastasse, nelle ultime ore la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico verso il Mar del Giappone. Secondo lo Stato maggiore della Difesa della Corea del Sud, il lancio è avvenuto dall’area di Sunan a Pyongyang e il missile ha volato per circa 270 chilometri a un’altitudine massima di 560 chilometri.

E ancora: in base a un’analisi satellitare delle immagini, il think tank 38 North sostiene che il governo nordcoreano starebbe continuando a produrre materiali fissili per le armi nucleari nel principale impianto nucleare di Yongbyon. Gli analisti sostengono inoltre che potrebbero essere in corso lavori per espandere ulteriormente il sito. “Le recenti immagini satellitari commerciali del Centro di ricerca scientifica nucleare di Yongbyon indicano la produzione in corso di materiale fissile, sia plutonio sia uranio arricchito”, si legge nell’ultima analisi di 38 North. “Queste attività, così come la graduale espansione e l’evidente occupazione di alloggi per il personale negli ultimi anni, suggeriscono tutte che il complesso è pronto per l’espansione”, dopo il riavvio del reattore da 5 MW della scorsa estate.

Il ruolo della Cina

Da non sottovalutare neppure l’ultimo contatto avvenuto tra Cina e Corea del Nord, anzi fra i leader Xi Jinping e Kim Jong Un.  Alla fine di febbraio, il presidente cinese ha sottolineato l’importanza della cooperazione con la Corea del Nord in una non meglio specificata “nuova situazione“, ringraziando il suo omologo nordcoreano per il messaggio di congratulazioni inviato sulla riuscita dei Giochi olimpici invernali di Pechino 2022. Xi, nel resoconto dell’agenzia Kcna, ha rimarcato che la mossa di Kim è una prova del “sentimento di amicizia” suo e del suo popolo verso la Cina, assicurando che Pechino è pronta a “sviluppare le relazioni di amicizia e di cooperazione” bilaterali in una “nuova situazione”. Tutto ciò può voler dire tutto o niente ma ricordiamo che, prima di lanciare la sua operazione in Ucraina, Vladimir Putin aveva incontrato Xi Jinping sempre nell’ottica delle Olimpiadi Invernali, e sempre rimarcando un legame diplomatico, in tal caso quello sino-russo.

La Cina è solitamente molto prudente quando si parla di guerra, visto che lanciarsi in pericolose missioni militari, per Pechino, vorrebbe dire sgretolare e compromettere tutte le immense (e ricche) relazioni economiche fin qui instaurate con il resto del mondo. Xi, come ha fatto – e probabilmente come sta ancora facendo – con Putin, potrebbe però fungere da ciambella di salvataggio nel caso in cui Kim dovesse finire nei guai, soprattutto dal punto di vista economico.

Russia-Ucraina e penisola coreana

Azzardare un parallelo tra Russia-Ucraina e penisola coreana, da un lato può avere un senso, visto che stiamo parlando di Paesi culturalmente e linguisticamente simili, separati per ragioni storiche e dotati di due sistemi politico-economici agli antipodi. Attenzione però a non incorrere in facili conclusioni. Quanto appena scritto, non significa che Kim sia pronto a lanciare un’invasione o che la Corea del Nord abbia intenzione di regolare i conti con il Sud. Se non altro perché, al netto di indizi pericolosi, pare che l’effettivo dispiegamento di armi in Corea del Nord non stia procedendo come previsto a causa di vari ritardi, dovuti per lo più a problemi economici interni.

In ogni caso, dall’inizio del 2022 Pyongyang ha lanciato missili ipersonici il 5 e l’11 gennaio e due missili balistici a corto raggio da una locomotiva il 14. Il lancio dell’11 è stato condotto come “esercitazione antincendio di ispezione” per l’ispezione diretta di Kim Jong Un, mentre quello del 14 non era un “lancio di prova” bensì un “test di ispezione e tiro” (è stato lanciato durante una simulazione di una situazione di combattimento reale). Al momento, ripetiamo, tutto tace. Ma siamo davvero sicuri che il rischio di un nuovo conflitto possa coincidere con la questione taiwanese e riguardare la Cina? Forse, tra Xi e Kim, è più probabile che possa essere il secondo a copiare Putin che non il primo.

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