La Cina è pronta ad effettuare esercitazioni navali militari nel Mar Cinese Meridionale. L’annuncio è arrivato dall’amministrazione cinese per la Sicurezza marittima, secondo cui sabato 28 maggio un’area di cento chilometri quadrati resterà interdetta alla navigazione per cinque ore.

La mossa di Pechino può essere letta come una sorta di reazione piccata alle polemiche pervenute nel corso degli ultimi giorni, dopo una settimana di ricriminazioni da parte delle potenze occidentali sulle ambizioni militari del Dragone nella regione dell’Indo-Pacifico. In ogni caso, le suddette esercitazioni si svolgeranno a meno di 25 chilometri dalla costa della provincia di Hainan, Cina meridionale e, di fatto, coincidono temporalmente con i continui allarmi lanciati dagli Stati Uniti in merito alla crescente presenza militare della Cina nell’area che va dal Mar Cinese Meridionale alle isole del Pacifico.

Bisogna tuttavia sottolineare che la Repubblica Popolare Cinese è solita condurre regolarmente esercitazioni del genere nelle acque vicino alle sue coste, e che nei prossimi giorni ne sono previste altre, sia nei pressi di Hainan che in altri luoghi dislocati lungo la costa orientale del Paese.

Acque calde

Certo è che le imminenti esercitazioni militari cinesi arrivano in un momento molto particolare, ovvero mentre Pechino è chiamata ad affrontare un crescente coro di avvertimenti proveniente dall’altra parte dell’oceano. Gli Stati Uniti e i loro partner occidentali, infatti, puntano il dito contro le ambizioni navali e marittime della Cina, entrambe considerate da Washington e soci dei chiari tentativi di voler cambiare l’equilibrio geopolitico del potere regionale.

La situazione è delicatissima perché da queste parti non mancano questioni aperte e irrisolte che potrebbero fungere da detonatori di un possibile conflitto. Impossibile non considerare, ad esempio, la questione taiwanese, recentemente portata alla ribalta dall’amministrazione Usa guidata da Joe Biden. Proprio in merito a Taipei, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha puntato il dito contro la Cina dichiarando che “Pechino si è impegnata in una retorica e in attività sempre più provocatorie come far volare aerei da guerra vicino a Taiwan quasi quotidianamente”. Blinken ha anche chiesto sforzi per controbilanciare “l’intenzione della Cina di rimodellare l’ordine internazionale”.



Botta e risposta

La risposta della Cina è stata, come sempre, immediata. Pechino ha promesso di difendere i suoi interessi nazionali su Taiwan, avvertendo Washington di non “sottovalutare” la determinazione e le capacità cinesi sulla questione. Ma non è finita qui perché, a peggiorare una situazione già calda, è arrivato l’allarme congiunto lanciato da Australia e Nuova Zelanda per alcuni documenti trapelati che sembrerebbero mostrare un presunto piano cinese volto a costruire un’ampia cooperazione in materia di sicurezza tra la Repubblica Popolare e le isole del Pacifico.

Dal canto suo la Cina ha affermato che la sua cooperazione con i Paesi delle isole del Pacifico “non prende di mira nessun Paese” e ha ovviamente respinto le affermazioni secondo cui il governo cinese starebbe facendo pressioni sui piccoli stati per concludere accordi di sicurezza.

In risposta a Blinken, invece, la Cina ha fatto sapere di sentirsi diffamata. Secondo le autorità cinesi, lo scopo del discorso del segretario Usa era quello di “arginare e bloccare lo sviluppo della Cina e mantenere l’egemonia e il potere americani”. Nel frattempo il primo ministro della Malesia, Ismail Sabri, ha dichiarato alla Nikkei Asian Review che la Cina non dovrebbe prendere spunto dall’operazione militare russa dell’Ucraina per tentare ulteriori avanzamenti nel contesissimo Mar Cinese Meridionale.

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