Il “granaio d’Europa” è diventato il nuovo epicentro delle tensioni internazionali. L’Ucraina, uno dei principali Paesi per forniture di prodotti alimentari – il quarto dell’Unione europea, il quinto in assoluto su scala globale se consideriamo soltanto le esportazioni di grano – deve fare i conti con una crisi che potrebbe paralizzare le sue oblast (province) più fertili. La Russia ha infatti riconosciuto l’indipendenza delle autoproclamatesi repubbliche autonome di Donetsk e Luhansk e inviato in loco le sue truppe. Vladimir Putin potrebbe trasformare questa incursione in un’invasione su larga scala e, se così fosse, nel mirino di Mosca ci sarebbe Kiev, la capitale situata nella parte centro-settentrionale della nazione ucraina.

Nel caso in cui il presidente russo volesse davvero arrivare fino a Kiev, le forze armate di Mosca dovrebbero risalire lungo i confini orientali dell’Ucraina attraversando le terre più fertili del Paese. Le stesse terre dalle quali il governo ucraino raccoglie grano, cereali, mais e una miriade di altri prodotti da rivendere al resto del mondo, dall’Africa all’Asia passando per l’Europa. Il protrarsi della crisi diplomatica con la Russia – ormai sfociata in una vera e propria crisi militare – rischia non solo di compromettere una delle più importanti fonti di sostentamento economiche di Kiev, ma anche di alimentare il malcontento in gran parte di quei Paesi in via di sviluppo che, dal punto di vista alimentare, dipendevano dalle importazioni ucraine.

Il “granaio d’Europa” (e del mondo)

Non è un caso che l’Ucraina sia conosciuta da secoli per essere il “granaio” dell’Europa. Dando un’occhiata ai dati, nel corso del 2020 Kiev ha esportato quasi 18 milioni di tonnellate di grano su un raccolto totale di 24 milioni, diventando il quinto esportatore mondiale di grano. I suoi clienti, a differenza di quanto si possa pensare, si trovano in tutto il pianeta. La maggior parte di loro, tra l’altro, dipende fortemente dalle scorte di cibo provenienti da Kiev, senza le quali si ritroverebbe in seria difficoltà alimentare. Il problema più grande è che una discreta parte dei terreni agricoli più produttivi dell’Ucraina si trova in quelle stesse regioni orientali più vulnerabili a una potenziale offensiva russa.

Sono state fatte mille analisi sulle reali intenzioni di Putin, le strategie di Mosca, le ragioni della Nato, sul ruolo della Cina e pure sulle risposte di Unione europea e Stati Uniti alle mosse del Cremlino. Pochi si sono tuttavia fermati a ragionare su cosa potrebbe accadere ai terreni agricoli dell’Ucraina – e, di conseguenza, alle nazioni del mondo che dipendono dal cibo ucraino – qualora i russi dovessero decidere di stringere ulteriormente i muscoli. Scendendo dei dettagli, qual è la provenienza esatta del grano ucraino?

Dnipropetrovsk, Kharkiv, Kherson e Zaporizhia, non distanti da Donetsk e Luhansk, entrambe finite nell’orbita di Mosca. Kharkiv contribuisce per l’8% alla produzione totale di grano, per una quota compresa tra le 1,5 e le 2,3 milioni di tonnellate; Dnipropetrovsk e Zaporizhia seguono con il 7%, mentre Kherson si attesta intorno al 6%. Tralasciando Unione europea e Cina, due clienti che tutto sommato subirebbero un discreto contraccolpo, ma che potrebbero comunque controllare percorrendo altre strade, il vero enigma riguarda i Paesi in via di sviluppo. Quelli che, senza più grano e cereali a sufficienza, rischierebbero di implodere su se stessi a causa del montare di gravi tensioni sociali.

Effetto domino

Come ha fatto notare Foreign Policy, tra le nazioni da tenere d’occhio troviamo il Libano. L’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha stimato che la metà del grano consumato a Beirut e dintorni nel 2020 fosse di provenienza ucraina. Considerando, inoltre, che l’apporto calorico della popolazione libanese dipende per il 35% da pane e altri prodotti a base di cereali, si capisce perché il grano di Kiev sia fondamentale per la tenuta sociale del Paese. Ma c’è un altro dato significativo: dei 14 Paesi che dipendono dalle importazioni ucraine per oltre il 10% del loro consumo di grano, un numero piuttosto alto di essi è costretto ad affrontare l’insicurezza alimentare a causa di instabilità politiche o violenze interne di vario tipo. In altre parole, una riduzione di prodotti alimentari ucraini, a fronte di un’eventuale invasione russa, getterebbe questi Stati nel caos più totale.

Nel 2020, il più grande consumatore di grano “made in Kiev” è stato l’Egitto, con importazioni per oltre 3 milioni di tonnellate. Libia e Yemen importano dall’Ucraina il 43% e il 22% del loro grano, mentre Malesia, Indonesia e Bangladesh si fermano rispettivamente a 28% i primi due e 21% il terzo. In Turchia, il grano ucraino rappresenta il 23% di tutte le importazioni, mentre il grano russo costituisce il 62% delle forniture importate. Politico ha sottolineato un aspetto da tenere in estrema considerazione: le rivoluzioni della primavera araba iniziate nel 2011 sono scoppiate dopo che, nel 2010, la Russia aveva bloccato le sue esportazioni di mais, orzo, segale e derivati a causa di un forte periodo di siccità. Un revival di quanto vissuto dieci anni fa potrebbe alimentare nuove rivolte e ribellioni in Paesi altamente sensibili alle riduzioni dei più basilari generi alimentari. Del resto, per vedere quanto velocemente l’aumento del prezzo di un alimento di base è in grado di generare a proteste e violenze, basta guardare a quanto avvenuto in Kazakistan, dove l’impennata del costo del carburante ha scatenato una mezza rivolta sedata a fatica dalle autorità locali (con annesso supporto della Russia).

La carenza di approvvigionamento potrebbe anche scatenare fattori secondari, tra cui migrazioni più o meno di massa e conflitti locali, buona parte dei quali andrebbero a colpire in prima battuta l’Unione europea. Se dal punto di vista alimentare Bruxelles è comunque in grado di poter contare su un mercato diversificato, lo stesso non può dirsi per le nazioni più povere dipendenti dal grano ucraino. In generale, i prezzi alimentari globali stanno già aumentando insieme a quelli di altre materie prime, e qualsiasi ulteriore tensione rischia di aggravare la situazione. Vista dal “granaio” Ucraina la minaccia più concreta è che un assalto di Mosca possa generare un forte calo della produzione di grano con annesso crollo delle esportazioni. All’interno delle dinamiche politiche di Paesi instabili come quelli che abbiamo citato – Libia, Yemen, Libano, ad esempio – uno choc del genere avrebbe buone possibilità di peggiorare scenari già di per sé precari. In che modo? Infiammando vecchi conflitti, incrementando rivalità etniche e, più in generale, destabilizzando intere regioni.

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