La Cina trattiene il fiato in attesa di capire come reagirà l’Iran all’uccisione del generale Qassem Soleimani. Per bocca del portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, Pechino ha subito invitato tutte le parti in causa a mantenere la calma. “Soprattutto gli Stati Uniti”, chiamati a “esercitare moderazione per evitare crescenti tensioni”. Ma il problema più grande, purtroppo per il Dragone, non è rappresentato da Donald Trump – che pure non si è risparmiato ventilando l’idea di radere al suolo “52 siti iraniani” – quanto dai vertici di Teheran che, con gli occhi iniettati di sangue, hanno giurato su Dio di vendicare la morte del “martire” Soleimani.

La sensazione è che l’appello cinese possa cadere nel vuoto. Di fronte a uno smacco così grave, infatti, i pasdaran non saranno soddisfatti finché non avranno ottenuto la loro rappresaglia anti Usa. Un bel guaio per Xi Jinping, che in un colpo solo si ritrova costretto a fronteggiare due dossier caldissimi: la possibile pace commerciale con Washington in frantumi e gli effetti nefasti di tutte queste tensioni sulla Nuova Via della Seta. La causa dei mali cinesi? La possibile entrata in guerra degli americani contro l’Iran

Un accordo commerciale in bilico

Una guerra vera e propria contro l’Iran sarebbe molto complicata per gli Stati Uniti, oltre che incerta da un punto di vista politico. Anziché rinforzare il consenso attorno alla figura di Trump, infatti, c’è il rischio che un’azione del genere possa avere l’effetto opposto e indebolire il presidente statunitense, già nella bufera per aver ordinato l’attacco all’aeroporto internazionale di Baghdad. C’è poi da considerare l’aspetto bellico: Washington dovrebbe vedersela con un avversario pronto a tutto pur di vendicare l’uccisione di Soleimani, e la vittoria Usa non sarebbe affatto assicurata. Al di là di queste valutazioni, l’eventualità di un’imminente discesa in campo americana è comunque da prendere in seria considerazione. Se così fosse, che fine farebbe il mini-accordo commerciale americano con la Cina previsto per il prossimo 15 gennaio? Trump si era detto pronto per allestire una cerimonia alla Casa Bianca e ratificare la “Fase Uno” dell’intesa sui dazi con Pechino. La risposta è semplice: potrebbe saltare tutto. Difficilmente, in caso di guerra Usa-Iran, la Cina accetterebbe di stringere la mano a Washington. Che in quel caso sguinzaglierebbe il suo esercito per operare a due passi dal confine cinese.

Il tallone d’Achille della Nuova Via della Seta

Il governo cinese dà l’impressione di essere tranquillo e sicuro di sé. Eppure il Partito Comunista cinese teme lo scoppio delle ostilità tra americani e iraniani perché quell’eventualità porterebbe la guerra a ridosso della Grande Muraglia e vanificherebbe gli sforzi diplomatici sulla Trade War. Ma c’è dell’altro, perché l’Iran rappresenta per il Dragone anche un partner strategico nell’ambito della Nuova Via della Seta. Il cosiddetto percorso “terrestre” della Belt and Road – nei piani cinesi – taglia in due lo Stato iraniano. In un futuro non troppo lontano, i treni stracolmi di merci provenienti da Pechino utilizzeranno una ferrovia (in progettazione) che collegherà Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, alla città iraniana di Mashhad . Da qui i convogli proseguiranno l’ungo l’esistente tratta fino ad arrivare a Teheran, per poi ripartire (grazie a due percorsi, anch’essi in fase di pianificazione) verso la Turchia. Se gli Stati Uniti dovessero entrare in Iran e quest’ultimo dovesse alzare bandiera bianca, improvvisamente evaporerebbe un tassello fondamentale della Nuova Via della Seta cinese. E questo sarebbe un danno enorme per la Cina.

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