Recep Tayyp Erdogan ci riprova: il 12 ottobre ha preso il via in Kazakhstan il vertice della Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia (Cica), forum che riunisce 27 Stati che rappresentano il 90% del continente e due terzi del prodotto interno lordo globale. L’appuntamento, i cui lavori andranno avanti per due giorni, costituisce un’importante occasione di confronto sui grandi temi dell’attualità globale, a partire dal conflitto in Ucraina. Sarà questa l’occasione che metterà nuovamente allo stesso tavolo Erdogan e Vladimir Putin.

Astana, luogo simbolo dell’intesa Erdogan-Putin

Astana, per Putin e Erdogan, non è un luogo come un altro. Entrambi guidano da anni gli sforzi per una soluzione del caos siriano; il processo di Astana è stato avviato nel 2017 nel tentativo di ripristinare la pace e la stabilità nel Paese devastato dalla guerra dal 2011: una ghiotta occasione per entrambi. I riflettori internazionali, tuttavia, saranno puntati anche sugli incontri bilaterali che i leader asiatici avranno a margine dei lavori. I temi all’ordine del giorno sono tanti e cruciali: dalla guerra in Ucraina alle tensioni intorno a Taiwan, dai grandi progetti di connettività regionale ai recenti scontri tra Kirghizistan e Tagikistan, dalla ripresa economica post-Covid all’annosa disputa tra India e Pakistan. A quest’ultimo proposito va rilevato che, mentre Islamabad sarà presente con il suo primo ministro Shehbaz Sharif, l’India sarà rappresentata ad Astana dalla sottosegretaria agli Esteri e alla Cultura, Meenakashi Lekhi. 

Quali sono gli obiettivi di Erdogan?

Lo scorso venerdì il presidente turco aveva chiamato il suo omologo russo per porgergli gli auguri di compleanno, rivelando che un prossimo incontro sarebbe stato “molto probabile”. Lunedì la conferma da parte del Cremlino. Il portavoce Dimitry Peskov ha poi annunciato l’incontro, poche ore dopo un comunicato con cui Mosca, dopo il bombardamento abbattutosi su Kiev e altre città ucraine, apriva alla Turchia come sensale di un negoziato con l’Ucraina. I due si sono incontrati più volte in questi mesi ma risulta significativo come gli incontri siano avvenuti tutti a partire da luglio scorso, segno che qualcosa è cambiato nell’approccio di Mosca.

Quello che ancora non appare chiaro è il margine di autonomia con cui il presidente turco si muove nel pantano del conflitto. Di certo non è un mero portavoce, ma agisce indubbiamente anche dal piedistallo della Nato per la quale è sorvegliato speciale. Dallo scoppio del conflitto il sultano di Ankara ci prova in ogni modo a divenire ago della bilancia. In gioco c’è la sua rispettabilità nella NATO, il tentativo di ripulire la propria immagine internazionale, tenere le redini del suo Paese in vista del 2023. La posta in gioco è altissima: la gratitudine sine die dell’Occidente e il ruolo di guardiano verso est.

Dopo aver inanellato alcuni successi, come l’accordo per il corridoio del grano e lo scambio di ostaggi, ora Erdogan punta a raggiungere una serie di step graduali che portino al risultato finale, ovvero far sedere Putin e Zelensky allo stesso tavolo, con almeno un punto all’ordine del giorno. Un ulteriore tassello a cui il presidente turco mira, per il momento, potrebbe essere la complessa gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia.

I punti non negoziabili di Erdogan

Sebbene Erdogan si atteggi a libero giocatore, sa bene che non può tirare troppo la corda con la Nato. Lo sgarro degli S-400 ha avuto “solo” la mera fortuna di essere passato in secondo piano per via delle contingenze. Tuttavia, più di una volta il leader turco ha mostrato di avere dei punti fermi nella sua road map che non sembra indulgere troppo con Putin, almeno sull’integrità territoriale e il rispetto della sovranità dell’Ucraina. Mentre Ankara si è opposta alle sanzioni internazionali progettate per isolare Mosca, ha però anche chiuso i suoi stretti per impedire ad alcune navi russe di attraversarli.

A fine settembre, era stato lui in prima persona a raccontare apertamente che il presidente russo sembrava disposto a mettere fine il prima possibile alla guerra in Ucraina. Le sue parole erano state rilasciate in un’intervista con l’emittente statunitense Pbs a margine della sua visita a New York alle Nazioni Unite.

A proposito dei territori occupati, quando gli è stato chiesto se la Russia dovesse essere autorizzata a mantenere parte del territorio che ha sottratto all’Ucraina. La sua risposta è stata “No, e senza dubbio no… Se si vuole stabilire una pace in Ucraina, ovviamente, il ritorno della terra che è stata invasa diventerà davvero importante. Questo è ciò che ci si aspetta. Questo è ciò che si vuole. Il signor Putin ha compiuto alcuni passi. Abbiamo fatto alcuni passi. Le terre che sono state invase saranno restituite all’Ucraina”. Ora c’è da stabilire quanto seguito Erdogan riscuota presso il Cremlino in questa fase: alcune dichiarazioni di Lavrov, infatti, non promettono nulla di buono, a detrimento del processo negoziale. Commentando alla tv Russia 1 la possibilità che la Turchia possa ospitare colloqui tra Mosca e l’Occidente, il ministro degli Esteri russo ha tuonato: “Finora non abbiamo sentito altro che l’annuncio pubblicizzato”.

Lo show di Erdogan a Praga

La stella di Erdogan sembra aver brillato anche in occasione della partecipazione al recente summit della Comunità politica europea di Praga. Per il leader turco non si è trattato di una semplice passerella ma di un vero esame di riparazione al cospetto dell’amata-odiata Europa, che lo ha visto impegnato su più tavoli. Nella giornata inaugurale del vertice, Erdogan ha incontrato il premier spagnolo Pedro Sanchez e avuto un trilaterale con il premier ceco Petr Fiala e con la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, prima di un faccia a faccia con il presidente bulgaro Rumen Radev.

Praga è stata soprattutto l’occasione per farsi ritrarre tra il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev, facendo presagire un’accelerazione del processo di pace in Nagorno Karabakh e un riavvicinamento storico all’Armenia.

Invischiato in una entente cordiale con Putin, ma membro Nato; fratellastro problematico dei leader europei ma devoto alla causa dell’adesione; pragmatico statista con pose occidentali ma ponte con la Umma politica internazionale, Erdogan vuole essere tutto per tutti: che è un po’ la ragione per la quale la Turchia è ancora nella Nato.

Quanto costa la mediazione di Erdogan?

Ma se riuscisse in questa impresa, quale sarà il futuro delle relazioni di Erdogan con l’Occidente?

Quest’ultimo possiede una lunga, controversa e spesso imbarazzante storia di alleanze di comodo con dittatori e autocrati in tutto il mondo, omologhi sgradevoli ma necessari nell’affrontare le minacce all’ordine internazionale: è la realpolitik. Quest’uomo ha sgretolato la democrazia e la laicità turca, annullato decenni di liberalizzazione, usato i migranti come arma. Nella Nato, più recentemente, ha minacciato di bloccare l’adesione di Svezia e Finlandia: l’Occidente non si fida di lui, ma deve, in presenza di qualcuno di ancora più sgradevole e pericoloso. Il sultano, soprattutto, è padrone dei sacri Stretti: senza di quelli, le sanzioni a Mosca funzionano poco e male.

In cambio, chiederà qualcosa, fosse anche solo chiudere un occhio sulle sue nefandezze. Oppure, alzerà la posta e presenterà la sua personale lista della spesa: presumibilmente, con le stesse richieste negate che ne hanno causato il flirt con Putin.

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