Dallo scoppio della guerra in Ucraina, il nuovo braccio di ferro tra Russia e Occidente viene più volte commisurato alla crisi di Cuba, parallelo ripetuto quasi come un mantra, alla luce anche della minaccia atomica tornata ad affacciarsi nel teatro europeo. Ma se la crisi più grave della Guerra Fredda compie quest’anno il suo sessantesimo anniversario, il prolungarsi del conflitto mostra come questa comparazione non regge in linea teorica tantomeno in quella pratica.

Cuba, ottobre 1962

Nell’ottobre del 1962 la rivoluzione cubana aveva quasi quattro anni di vita: Unione Sovietica ed Europa orientale concentravano l’80% del commercio dell’isola. Furono le armi sovietiche ad accendere la crisi di missili. Nell’estate del 1962, l’arrivo di macchinari e personale necessario fu talmente evidente da spingere il senatore Barry Goldwater a chiedere l’invasione immediata. Il presidente John F. Kennedy temporeggiava, anche per via dell’assicurazione, da parte del suo omologo Nikita Kruscev, che non si trattasse di missili offensivi. Ma le prove fotografiche dei servizi segreti americani raccontavano ben altro: si trattava di missili balistici a raggio medio e intermedio (Irbm e Mrbm) in grado di colpire il territorio degli Stati Uniti.

La massima allerta mondiale, che tenne il Pianeta col fiato sospeso per tredici giorni, venne scandita dai botta e risposta tra Mosca e Washington. Questi vennero aggravati dalla doppia voce che sembrava giungere dall’Urss: in un primo momento i toni furono concilianti e vennero condensati nella celebre lettera di Kruscev; seguì una seconda lettera, di tono assai meno accomodante, che alzava la posta in palio: ai Sovietici non bastava la garanzia della non invasione di Cuba, chiedevano la rimozione dei missili Jupiter e Thor recentemente installati in Turchia. Da lì il dubbio fondato, cavalcato da generazioni di analisti e politologi, che in quei giorni Kruscev fosse in qualche modo “ostaggio” del partito dei militari e che non sempre sia stata la sua “voce” a parlare. All’alba del 28 ottobre 1962 la crisi cubana volgeva al termine: sul tavolo negoziale la rimozione dei missili sovietici venne scambiata con la promessa americana di restare alla larga da Cuba.

Perché il paragone con la crisi di Cuba non regge

La vicenda ha esercitato un’attrazione magnetica su storici e teorici delle relazioni internazionali, che ora invocano nuovamente il ricordo della vicenda, dopo sessant’anni, nel tentativo di estrapolarne qualche soluzione. Ma la crisi cubana nulla ha a che fare con l’attuale muro contro muro tra Vladimir Putin e quasi il resto del mondo.

Innanzitutto perché questa guerra non è fredda: la cold war basò la sua intera trama sulla volontà di non arrivare al conflitto guerreggiato, sebbene i due blocchi si siano combattuti per procura in tutto il mondo ex coloniale. La devastazione, le morti, lo sventramento della sovranità ucraina non posso in alcun modo far parlare di mero ritorno alla strategia della tensione.

Ne è la prova anche la differenza nella durata: i cinquant’anni di tensioni post-Seconda Guerra Mondiale ridefinirono gli equilibri di potenza nel mondo post-bellico. Si trattò di una sorta di accordo tacito fra le due superpotenze che avevano sconfitto Hitler, accompagnate dai loro accoliti: dopo sei anni di guerra, milioni di morti e due bombe atomiche quell’equilibrio, seppur di “terrore”, ha garantito la stabilità del sistema internazionale. Otto mesi di guerra in Ucraina sono sì la prova che, indubbiamente, si stiano riscrivendo gli equilibri internazionali in termini di alleanze politiche, militari e di accordi economici che costituiscono la sovrastruttura dell’era globale. Ma le regole tacite del gioco, ereditate dalla Guerra Fredda, e che sono valse per i trent’anni successivi al crollo del muro di Berlino, sono saltate definitivamente. La Russia, per la prima volta in quasi ottant’anni, si muove in armi invadendo uno Stato sovrano in nome di una paternità storica anacronistica e pretestuosa, violando più principi del diritto internazionale.

Esiste anche una profonda differenza nel modo di intendere i contatti fra i blocchi. Anche nei momenti di crisi più acuti le comunicazioni tra Mosca e Washington non si sono mai interrotte come testimoniò la linea rossa. Ovviamente nessuno pensa che in questo momento Russia e Stati Uniti siano silenti uno con l’altra, tantomeno che comunichino esclusivamente via Erdogan. Ma è l’humus delle relazioni bilaterali che appare definitivamente avvelenato: Mosca potrebbe anche arrivare a trattare, ma non farà un passo indietro sull’oggetto del contendere e sulle ragioni della sua scelta. Può il futuro prossimo del sistema internazionale partire da un appeasement che si fonda sulla negazione delle regole fondamentali del diritto internazionale stesso? Quanto potrebbero durare le promesse del Cremlino?

Cosa ci ha insegnato la crisi di Cuba

La crisi di Cuba si concluse grazie a un passo indietro. Un dietro front che entrambe le superpotenze accettarono, pur sapendo di “perdere la faccia”. Un gioco a somma positiva, direbbero gli esperti di game theory, poichè l’alternativa sarebbe stata la guerra nucleare. Mutatis mutandis, è difficile immaginare quale sarebbe il passo indietro che i due nemici di oggi dovrebbero fare. Tanto più che i “contendenti” non sono due nazioni sullo stesso piano in termini di potenza economica e militare. Kiev ha rinunciato al suo arsenale nucleare, Mosca lo sventola come strumento di ricatto diplomatico. L’Ucraina è un Paese sovrano invaso che non ha dichiarato guerra al vicino. La Russia ha invaso l’Ucraina: la prima volta nel 2014 e, poi, nuovamente lo scorso febbraio. Ma volendo porre le due nazioni come due giocatori di pari livello, il passo indietro di Putin non può che essere il ritiro dai territori occupati. Zelensky non ha nessun territorio da cui ritirarsi. Non ha nulla a cui rinunciare da mettere sul tavolo dei negoziati, se non, forse, il suo avvicinamento alla Nato e all’Unione Europea, che di certo non costituiscono crimini internazionali.

Kennedy e Kruscev agivano come attori di un mondo bipolare. Il mondo multipolare di oggi è profondamente diverso e possiede delle dinamiche di interdipendenza inimmaginabili fino a trent’anni fa. Queste passano, innanzitutto, per il ruolo della Cina, che si è appropriata di questo nuovo secolo e che muove guerra ora lì ora qui semplicemente a colpi di Via della Seta. Così come è differente il ruolo europeo: sebbene l’Unione continui a zoppicare in fatto di politica estera e Difesa comune, certamente si presenta oggi come un interlocutore fondamentale nel consesso internazionale, sebbene da taluni non sia riconosciuta come tale (vedi Putin). Anche i Paesi in via di sviluppo non sono più quelli di una volta: assieme rappresentano enormi percentuali della popolazione mondiale e possiedono un potenziale geopolitico perfettamente incastrato nei legacci economici del mondo contemporaneo. Per paradosso, nelle grandi tensioni della Guerra Fredda, era più semplice per gli attori terzi scegliere da che parte stare: si fronteggiavano due idee del mondo, della politica e dell’economia. La battaglia ora non è più fra quei due mondi, ormai logori, ma è divenuta un sempiterno riallineamento che segue le piste del commercio, della finanza e della tecnologia.

Il valore pragmatico della pace

La pace, parola abusata e ridotta a mero esercizio intellettuale, è stata la risorsa economica più importante dal secondo Dopoguerra in poi. La garanzia della non ascesa di un Hitler postmoderno è stata fondata negli ultimi decenni su un concetto non solo filosofico, ma pragmatico, di pace. La pace conviene, perché genera sviluppo, crescita, scambio. La crisi di Cuba ce lo ha insegnato: meglio un passo indietro che legarsi mani e piedi a soluzioni senza ritorno. La prima grande conseguenza di questa rinuncia alla pace sarà la creazione di una Russia debole dal futuro incerto: isolata, impoverita, fuori da ogni giovamento che la distensione e la diplomazia comporta. Con la differenza che, una buona parte di mondo non occidentale, questa volta, non è più disposto a rinunciare ai vantaggi concreti della pace: Pechino, sorniona, lo ha compreso da tempo.

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