In questi giorni si fa un gran parlare del possibile scoppio di una guerra tra Stati Uniti e Iran. Un conflitto che, nel caso in cui dovesse davvero verificarsi, scuoterebbe il Medio Oriente e attiverebbe un complicato gioco di alleanze. Ma danneggerebbe anche (e non poco) tutti gli attori coinvolti.

Analizziamo le ragioni dei singoli Paesi interessati alla vicenda. L‘Iran sa bene di non avere la stessa potenza di fuoco americana, e che in caso di una mossa sbagliata rischierebbe seriamente di essere cancellato dalle cartine geografiche.

Il Libano, filo sciita e alleato di Teheran, ha altri pensieri per la testa che non impelagarsi in una dispendiosa crociata militare. A Beirut la crisi economica continua a far paura e una guerra non farebbe altro che peggiorare la già fragile economica: meglio evitare.

L’Iraq ragiona allo stesso modo, con un’aggiunta non da poco: Baghdad si sta lentamente rialzando dopo aver indossato i panni dello “Stato fallito”. E, dopo tre mesi di proteste popolari contro il governo, le autorità locali sanno bene che un evento bellico, seppur contro gli americani (da queste parti mai perdonati) alimenterebbe il malcontento popolare.

Israele aspetta da anni il momento giusto per regolare i conti con i diavoli iraniani ma, data l’instabilità politica interna, per Tel Aviv è pericoloso intraprendere percorsi piene di mine.

L’Arabia Saudita punta a diventare la regina del Golfo togliendo di mezzo l’Iran, ma Riad non è affatto pronta; in caso di entrata in guerra, si troverebbe a fare il passo più lungo della gamba.

Infine gli Stati Uniti: nonostante sia stato Donald Trump ad accendere la miccia, neppure lui vuole che la bomba esploda. Il presidente ha detto espressamente che “gli Usa non cercano alcuna guerra”.

Teheran e lo spettro di una guerra

Accanto alle valutazioni geopolitiche ci sono altrettanto valide motivazioni economiche che sconsigliano caldamente ai Paesi citati di entrare in guerra. Un conflitto in Medio Oriente rallenterebbe ancora di più l’economia mondiale, con effetti nocivi tanto sul governo americano quanto su quelli mediorientali, che già non navigano certo nell’oro.

Tutti i riflettori sono puntati sull’Iran. Teheran sa cosa significa convivere con la recessione o, meglio ancora, con un’economia di guerra. Il petrolio e il gas assicurano hanno fin qui assicurato una quotidianità più o meno normale ai pasdaran. Tuttavia, le nuove sanzioni statunitensi contro gli Ayatollah contribuiranno ad affossare ulteriormente il sistema economico iraniano.

Economia in difficoltà

Lo scorso agosto, la revisione del World economic outlook elaborato dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) fu anticipata dal Financial Times. Risultato? Si prevedeva, per il 2019, una contrazione del Pil iraniano pari al -9,3%. Un valore molto più alto del già elevato -6% stimato dallo stesso Fondo in aprile. Ricordiamo che la contrazione iraniana relativa al 2018 si era fermata intorno al 4%.

Immaginiamo dunque cosa potrebbe succedere a questo Paese nel 2020 in caso di entrata in guerra: i danni sarebbero incalcolabili, per la popolazione così come per il governo. Nel frattempo l’inflazione sale sempre di più mentre la svalutazione del rial, la moneta locale, ha toccato tassi inimmaginabili e gli imprenditori iraniani fanno sempre più fatica ad acquistare prodotti dall’estero. Un conflitto armato moltiplicherebbe tutto all’ennesima potenza.

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