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Il viaggio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky negli Stati Uniti era atteso da diverse settimane, forse mesi. Per molto tempo, i funzionari Usa e quelli ucraini hanno frenato il viaggio per ragioni di sicurezza ma anche di diplomazia: il capo dello invaso doveva rimanere nel territorio nazionale non solo per evitare di lasciare un pericoloso “vuoto” di potere (e quindi anche con il rischio di un’immagine lesa), ma anche per non mettere a rischio i già difficili canali diplomatici costruiti da Washington verso Mosca.

Ora però il viaggio di Zelensky, per quanto non certo sorprendente dal punto di vista politico né tantomeno rivoluzionario rivoluzionario nei suoi effetti sul sostegno americano alla causa ucraina, rappresentava un passaggio-chiave per il momento estremamente delicato che si vive in Ucraina, nella politica statunitense, ma anche nei rapporti triangolari tra Kiev, Washington e le cancellerie europee.

Il presidente ucraino doveva far capire alla propria opinione pubblica che il sostegno statunitense e della Nato non si sarebbe interrotto in una fase dell’offensiva russa in cui i bombardamenti colpiscono costantemente le infrastrutture civili. È il primo vero inverno di guerra della popolazione e delle forze armate ucraine. E Zelensky sa che quanto sta accadendo nel suo Paese non è un passaggio facile e privo di disastrose conseguenze sul piano economico, sociale e dunque politico. I missili russi stanno mettendo a dura prova un Paese che aveva in qualche modo continuato a sopravvivere durante il conflitto, mentre ora, con la mossa del generale Surovikin di espandere il raggio di azione dei missili sulle centrali elettriche e su altre infrastrutture critiche, il danno si è fatto sempre più ampio e approfondito, con costi elevati sul piano finanziario, strategico e umanitario. La controffensiva ucraina, per quanto certamente sorprendente su alcuni fronti, si è arenata da molti giorni per via delle condizioni meteorologiche ma anche delle conseguenze della riorganizzazione delle forze russe e appunto dai raid che stanno frenando tutta la catena logistica verso il fronte. A Bakhmut, dove Zelensky si è recato prima di partire per gli Stati Uniti, la battaglia infuria. E se le forze di Kiev sono riuscite a sferrare colpi molto precisi nelle retrovie russe, dall’altro lato la situazione di stallo rischia di sostenere proprio Mosca, che ha bisogno in realtà di un solo risultato: ottenere il tempo necessario per blindare le regioni occupate e addestrare nuove forze in grado di controllare il terreno e rafforzare la prima linea.

Sul fronte statunitense, come ricordato da Politico, la politica sta invece vivendo un cambiamento che non è affatto relativo nella postura nei confronti di Kiev. Tutto il Congresso ha fatto capre che non ci sono ripensamenti sul sostegno a favore dell’Ucraina. Ma il fatto che la Camera stia definitivamente cambiando colore passando dalla maggioranza democratica a quella repubblicana segna una possibile palude legislativa anche sul tema degli aiuti militari ed economici a Kiev.

In questo senso le parole del leader del Partito repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, a commento del discorso di Zelensky al Congresso, sono state chiarissime: “Ha esposto una serie di ragioni per le quali il mondo libero dovrebbe continuare a combattere. La mia posizione non è mai cambiata: sostengo l’Ucraina, ma non sosterrò mai un assegno in bianco. Vogliamo assicurarci che si renda conto di ogni dollaro speso”. Il leader ucraino aveva parlato di fronte ai rappresentanti Usa del fatto che quella in corso da parte di Washington “non è beneficenza” ma “un investimento della democrazia e nella sicurezza” con soldi “che gestiamo nel modo più responsabile”.

Il blocco repubblicano è sempre più insofferente di fronte a un flusso di denaro e di armi che appare incontrollabile, oltre a un’ala più radicale – di stampo trumpiano – che pur debole ha spesso mostrato dubbi sulla conduzione della guerra e sulla diplomazia. Il fatto che McCarthy abbia parlato di “assegno in bianco” e che il presidente ucraino di gestione responsabile del denaro non è casuale. In questi giorni, la stampa Usa si era concentrata proprio sull’impossibilità di monitorare i miliardi in armi e denaro arrivati in Ucraina. E il tema è particolarmente sentito da buona parte dell’opinione pubblica statunitense, preoccupata dall’incubo di quelle “guerre infinite” che fece sorgere il risentimento trumpiano.

Infine, il messaggio di Zelensky giunge anche in un momento in cui l’Europa, maggiore alleato Usa, inizia a sentire in modo sensibile gli effetti della crisi energetica e inizia a temere che quanto sta accadendo in Ucraina non abbia sbocchi nel prossimo futuro. Se gli Stati Uniti vivono una divisione interna, l’Ue – ma in generale tutto il Vecchio Continente – vive in una condizione di divisone costante sostenuta dal fatto che le conseguenze del conflitto pesano in modo differente sui sistemi economici e industriali dei singoli Stati membri.

È chiaro che un ripensamento Usa, o comunque qualsiasi tentennamento, si proietterebbe a cascata su tutti i governi europei. Questo lo sanno tanto a Washington quanto a Kiev e Bruxelles, ed è anche per questo che Zelensky è andato nella capitale statunitense: ricevere il semaforo verde e il rinnovato sostegno della superpotenza dell’Occidente serve a rafforzare le convinzioni di un’Europa che ha interessi strategici e basi economiche ben diverse rispetto a quelle americane.

Il discorso vale anche per il supporto militare: Joe Biden ha approvato un nuovo pacchetto di aiuti, tra cui i Patriot, per provare a blindare i cieli ucraini. Ma lo stesso presidente ucraino ha fatto capire che non basteranno. Molti, sia alla Casa Bianca che a Kiev, sperano che l’Europa alimenti il flusso di aiuti per aumentare le possibilità che l’esercito ucraino continui la controffensiva. Ma in Europa sono anche preoccupati dalle conseguenze di un allargamento del conflitto che, come già affermato da Biden, non vogliono nemmeno gli Stati Uniti. Proprio per questo motivo, è possibile che Zelensky si rechi anche nelle principali capitali europee, forse Londra, poi Parigi e anche Berlino.

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