La Turchia non riconsegnerà Afrin alla Siria di Bashar al Assad, una volta completata la conquista della città. Il portavoce della presidenza della repubblica turca, Ibrahim Kalin, ha reso questa dichiarazione, decisamente eloquente, in un’intervista in diretta sul canale Trt Haber, riportato dal quotidiano turco Daily Sabah. E sono dichiarazioni che rendono abbastanza bene la misura del reale obiettivo dell’operazione Ramoscello d’ulivo. Le Ypg sono uno degli obiettivi principali, indubbiamente, ma prima c’è l’estensione dell’influenza di Ankara.

Secondo quanto dichiarato dal portavoce turco, il 70 per cento della città di Afrin è già stata “messa in sicurezza” a seguito dell’operazione avviata dall’esercito il 20 gennaio e la Turchia si aspetta che la città venga liberata dai “terroristi” molto presto. Un auspicio che è stato espresso anche dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che si augura che il cantone curdo cada entro pochissime ore. 

Il pensiero di Kalin è molto semplice: secondo il governo turco, le Ypg avevano pianificato di trasformare Afrin in un’altra versione di Qandil, che è il quartier generale del gruppo curdo in Iraq. E Kalin ha detto che questo piano “terroristico”, così Ankara definisce i combattenti curdi, è stato sventato dalle forze armate turche.

Il fatto che Erdogan non voglia riconsegnare Afrin alla Siria, indica evidentemente un’accelerazione nel piano turco di aumentare la sua influenza nel nord della Siria. Ma pone anche alcuni quesiti in merito alla sorte della posizione di Ankara all’interno del conflitto siriano (di quello che ormai è il secondo conflitto siriano, visto che Daesh non sembra più essere l’obiettivo di molte potenze). 

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Innanzitutto, bisogna comprendere come la Turchia possa giustificare questa mossa di fronte alla Russia e all’Iran. Come scritto su questa testata, domani, ad Astana, si terrà il vertice tra i ministri degli esteri di Iran, Russia e Turchia sulla Siria. Il confronto avrà sicuramente la centro la situazione di Afrin e quella della Ghouta orientale. Il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, come si presenterà di fronte alle sue controparti russa e iraniana? Come rappresentante di chi ha appena conquistato una città di un Paese alleato? La questione non è affatto scontata né è semplice da giustificare.

Ma non è facile da giustificare neanche di fronte alla comunità internazionale. L’accordo siglato dal governo turco con quello degli Stati Uniti ha previsto, evidentemente, un semaforo verde su Afrin così come la creazione di un’area di sicurezza condivisa a Manbij, da tempo nel mirino turco. Questo comporta la possibilità di Erdogan di fare il bello e il cattivo nel nord della Siria, ma, come contraltare, implica la certificazione del tradimento di Washington nei confronti dei curdi, i suoi veri boots on the ground.

Ma l’Occidente è diviso. Il parlamento europeo ha chiesto ufficialmente alla Turchia di ritirare le truppe, esprimendo “grave preoccupazione sulla spirale di violenza” ad Afrin e in altre aree. Gli eurodeputati di Strasburgo “chiedono al governo turco di ritirare le sue truppe e svolgere un ruolo costruttivo nel conflitto”, si legge nella risoluzione approvata oggi. Una risoluzione che ha già trovato la ferma risposta di Ankara.

“Una decisione che rivela mancanza di visione e ignoranza”. Così si è espresso il ministro turco per i rapporti con l’Ue, Omer Celik.”Si tratta di una decisione che mostra quanto lontana l’Europa sia rimasta dalla Siria e dagli sviluppi che il conflitto ha vissuto”. La Turchia dunque rifiuta ogni trattativa, quantomeno con l’Europa. 

L’alternativa all’invasione potrebbe essere invece la volontà di presentarsi in futuro, una volta che la situazione nel nord sia definita, mostrando di avere una carta vincente nel mazzo. Insomma, presentarsi in una posizione di forza e con una pedina di scambio. Erdogan si presenta ad Astana non più come terza potenza dopo Iran e Russia, ma come giocatore di fondamentale importanza.

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