Sembra entrata in una prima fase di stallo la guerra nel Nagorno Karabakh, dove le operazioni via terra adesso vedono fronti relativamente stabili dall’inizio di questa settimana. Il conflitto per la regione contesa tra la Repubblica separatista filo armena dell’Artsakh e l’Azerbaigian è riesploso lo scorso 27 settembre. Da allora sono state centinaia le vittime tra militari e civili, sia dal lato armeno che da quello azerbaigiano. Dopo due tentativi di cessate il fuoco, le parti si sono accusate a vicenda di voler continuare le provocazioni di natura militare.

Fronti stabili nelle ultime ore

Dopo la prima decade di ottobre, in cui la guerra è stata contrassegnata soprattutto dai bombardamenti e dall’uso di droni da parte dell’esercito di Baku, i combattimenti hanno visto l’ingresso sulla scena delle operazioni via terra. Gli azerbaigiani hanno iniziato ad avanzare lungo il fronte sud sfruttando la natura pianeggiante di questa parte del territorio in mano alla repubblica filo armena. Tra il 17 e il 20 ottobre sono cadute le strategiche città di Hadrut e Fizuli, posizionate lungo le arterie di collegamento tra il sud dell’Artsakh e la capitale Stepanakert. Successivamente le truppe azerbaigiane hanno puntato il corridoio di Lachin, territorio in cui scorre la principale via che mette in comunicazione la capitale armena Yerevan con Stepanakert. Secondo il ministero della Difesa azerbaigiano le avanguardie dell’esercito si troverebbero a circa 12 chilometri da Lachin.

Ma è proprio qui che adesso la guerra potrebbe entrare in una prima fase di stallo. Gli armeni hanno infatti deciso di ritirarsi dalle pianure meridionali per concentrare le proprie azioni difensive tra i territori montuosi. Qui la conoscenza della zona e la natura stessa dell’area potrebbero giocare a favore dei soldati dell’Artsakh. Sono state segnalate diverse imboscate negli ultimi giorni a danno dei militari di Baku, le trincee costruite tra le colline a ridosso della parte centrale del Nagorno si starebbero rivelando efficaci e in grado quanto meno di bloccare l’avanzata azerbaigiana.

L’accusa di Baku: “Bombe a grappolo sulle città”

Mentre prosegue la battaglia via terra, entrambe le parti lamentano attacchi dal cielo sulle principali città. Stepanakert nel giro di poche settimane è stata ridotta, così come accusano fonti armene, in un centro fantasma. Diversi i bombardamenti che si succedono già dai primi giorni di guerra, oltre ai danni materiali la città deve fare i conti con la fuga dei suoi abitanti diretti verso l’Armenia. Per tal motivo sono sempre di meno le persone rimaste al suo interno, oramai sono soprattutto i militari a girare tra le vie occupate dalle macerie. I bombardamenti in queste settimane hanno riguardato sia obiettivi civili che dell’esercito dell’Artsakh. Gli ospedali della capitale separatista starebbero vivendo situazioni molto difficili per via dell’arrivo anche di feriti dal fronte.

Dall’altro lato, il governo azerbaigiano ha denunciato ancora una volta il lancio di ordigni contro città non coinvolte dal conflitto. A inizio ottobre è accaduto a Ganja, secondo centro del Paese dopo Baku, nelle ultime ore invece a essere oggetto dei bombardamenti è stata la città di Barda: “Dopo l’annuncio di tutti e tre i regimi di cessate il fuoco – ha dichiarato l’ambasciatore azerbaigiano in Italia, Mammad Ahmadzada – l’Armenia ha lanciato razzi a grappolo contro le città azerbaigiane lontane dal fronte. Le prime due volte a Ganja, e ora a Barda, uccidendo civili e bambini innocenti, commettendo crimini di guerra”.

“I paesi che chiedono un cessate il fuoco devono finalmente capire che l’Armenia vuole la guerra, non la pace – ha proseguito il rappresentante a Roma di Baku – Devono capire che l’obiettivo dell’Armenia è mantenere sotto occupazione i territori dell’Azerbaigian, e per questo l’Armenia è pronta a trascinare l’intera regione, anche il mondo, nel grande caos. C’è solo una via d’uscita da questa situazione. L’intera comunità mondiale deve imporre all’Armenia la pace e chiedere il ritiro immediato, incondizionato e completo delle truppe dell’Armenia dai territori occupati dell’Azerbaigian. Non bisogna credere alle suppliche ingannevoli e alle lacrime di coccodrillo dell’Armenia”.

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