Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il suo omologo e alleato siriano Bashar Al Assad a Sochi, sul Mar Nero. Un vertice inaspettato. Per molti un incontro volto a rassicurare il mondo sui rapporti sempre positivi che intercorrono fra Mosca e Damasco dopogli attacchi israeliani e la questione della protezione dello spazio aereo siriano.

L’ultimo incontro fra i due leader era avvenuto l’11 dicembre del 2017 nella base russa di Hmeimim, in Siria. Ma in questi cinque mesi, le cose sono cambiate. Non nei rapporti fra i due leader, che sono rimasti sempre ancorati su un solido rapporto di alleanze, quanto in tutto il conflitto che coinvolge la Siria. La complessità è aumentata e le forze coinvolte nel Paese sono aumentate o hanno incrementato il loro numero.

Gli attacchi delle forze occidentali alle basi siriane ritenute sedi del presunto arsenale chimico di Assad, così come i raid israeliani che hanno colpito le postazioni iraniane hanno cambiato il volto della guerra. Ma non va dimenticato il pesante intervento turco nel nord del Paese, con l’operazione Ramoscello d’Ulivo, così come l’arrivo delle forze francesi e americane a Manbij per sostenere i ribelli legati alle Forze democratiche siriane. 

Insomma, la situazione è molto complessa. E le pressioni sulla Russia affinché si sganci dall’asse con l’Iran, iniziano a essere molto forti. Soprattutto dopo i bombardamenti di Israele e l’arrivo di Benjamin Netanyahu a Mosca per incontrare Putin.

Lotta al terrorismo e investimenti

Il presidente russo ha confermato la vicinanza di Mosca alla guerra che sta combattendo Damasco. Putin non parla di ribelli, ma di terroristi. E lo ha ribadito anche nell’incontro con Assad. “Grazie agli sforzi dell’esercito siriano sono stati fatti passi importanti contro il terrore e per il consolidamento dell’autorità del governo legittimo”. 

Da quanto riportano le agenzie, il presidente siriano ha ringraziato l’alleato di Mosca per il supporto fondamentale in questa lotta. Ma si è anche lanciato in un augurio che è importante per comprendere i prossimi sviluppi del conflitto, e cioè che la Siria diventi, in tempo di pace, terra di investimento per le aziende della Federazione russa

Non è un augurio di poco conto. In Siria ci sono almeno tre grandi Paesi interessati direttamente alla ricostruzione: Cina, Iran e Russia. Il fatto che Assad manifesti il desiderio che le aziende russe prendano parte in questa ricostruzione, indica la volontà di Damasco di dare maggiore peso alle imprese della Russia. E sicuramente questo aspetto è parte degli accordi sull’intervento militare russo a sostegno del governo siriano. 

“Attivare il processo politico”

Dall’altra parte, Putin ha fatto una dichiarazione molto interessante sul futuro del Paese, ricordando che la situazione in Siria è “favorevole all’attivazione di un processo politico”. “Dopo il successo militare” dell’esercito di Damasco, “condizioni aggiuntive sono state create a favore dell’attivazione di un processo politico su vasta scala”. Questo è quanto si legge dalla nota emessa dal Cremlino.

Ma il processo politico per una soluzione al conflitto e per la rinascita della Siria, non sembra essere (purtroppo) prossimo alla sua attivazione. Alla volontà di Putin, si contrappone una situazione strategica e politica complicata, in cui la frammentazione militare, politica, religiosa ed etnica viene incrementata dalla presenza delle forze militari di altri Paesi che seguono loro peculiari agende politiche.

Il presidente russo ha detto che “con l’inizio del processo politico nella sua fase più attiva, le forze armate straniere si ritireranno dal territorio siriano“. Va capito però di quali truppe straniere parli. E le ipotesi possono essere molte. La Russia, in Siria, ha basi concordate con il governo. Ritirerà forse alcune forze aeree e terrestri, ma il fatto che lo stesso leader russo abbia appena ricordato che le navi da guerra rimarranno a largo della Siria, dimostra che la volontà non sia quella di un abbandono repentino. Troppe le incognite.

Putin potrebbe esseri riferito ad altre forze straniere. E in questo caos, il messaggio probabilmente era rivolto a Israele e Stati Uniti. Che siano le forze sciite legate all’Iran a essere le prossime ad andare via appena inizi il processo politico? Del resto, anche da parte iraniana c’è sempre stata la conferma che, una volta finita la guerra al terrorismo, Hezbollah e le milizie sciite sarebbero andate via dal Paese.

Terza alternativa: che le forze occidentali abbiano promesso il ritiro in caso di processo politico che dia peso ai loro alleati sul campo, in particolare curdi e Sdf. La Turchia, in questo caso, metterebbe però tutti di fronte al fatto compiuto di aver preso il nord della Siria e di avere l’appoggio di molti cittadini e miliziani.  L’idea, in ogni caso, è che adesso inizia la sfida più grande: far quadrare il cerchio dio una guerra che è costata centinaia di migliaia di vite e la distruzione di un Paese.

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