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Le ipotesi sulla fine del sistema putiniano alimentano le analisi sulla Russia e sulle conseguenze della guerra in Ucraina da molti mesi. Sono idee in larga parte molto più basate su “wishful thinking” di apparati politici o mediatici che su analisi di intelligence, forze armate e think tank strutturati. E lo dimostra il fatto che da tempo il livello di diffusione di questo tipo di notizie, indiscrezioni e molto spesso inverosimili scenari sia scemato nel tempo grazie in particolari a due fattori: la tenuta del sistema di potere di Vladimir Putin da un lato; la apparente volontà delle autorità Usa, Nato ed europee di evitare di parlare del leader russo in termini di possibile vittima di un golpe o del presunto precario stato di salute. Forse anche per evitare che i fari dei servizi russi e dei fedelissimi di Putin si accendessero sui potenziali successori. Questi due elementi ovviamente non indicano che il Cremlino sia solido né che la forza del presidente russo sia la stessa dei mesi precedenti l’invasione dell’Ucraina. Le crepe del sistema politico unite alle conseguenze in termini di leadership e di consenso per un conflitto non trionfale come veniva espresso dalla propaganda rendono il leader di Mosca meno forte e meno saldo rispetto a quanto si potesse pensare soltanto alla fine del 2021. Tuttavia, è evidente che rispetto agli scorsi mesi, quando i media parlavano quasi ogni settimana di possibili rovesciamenti o di malattie sempre più invasive e debilitanti, la figura di Putin ha assunto nuovamente i connotati di un interlocutore stabile, per quanto condannato.

A questo proposito, appare interessante la lettura che arriva dalla Lettonia, in particolare dall’Ufficio per la protezione costituzionale (Satversmes aizsardzības birojs, SAB): una delle principali agenzia di intelligence del Paese baltico. Nell’ultimo documento pubblicato dagli analisti dei servizi di Riga, si legge infatti che, nonostante vi siano tensioni all’interno dell’opinione pubblica russa e nella stessa élite che circonda il Cremlino, “SAB ritiene che la probabilità di un colpo di stato nella situazione attuale sia bassa”. Questa affermazione nasce non solo dal consolidamento del sistema putiniano in questi lunghi anni al potere, ma anche dal fatto che l’attuale conflitto interno alle alte sfere della Federazione “si svolge effettivamente all’interno del quadro del sistema stabilito”, ma non lo minaccia. E questo comporta non solo che siano scaricate continuamente responsabilità sulla Difesa e mai sul presidente e sulla sua ristretta cerchia di oligarchi, ma anche che di base non vi è da parte di altri oligarchi una vera capacità di assumere la guida del Paese né la volontà di rischiare le proprie rendite di posizione, ricchezze o la propria vita. Non solo, secondo l’intelligence della Lettonia, senza leader di opposizione riconosciuti dall’opinione pubblica, quest’ultima si adatta e si stringe ancora di più intorno al proprio presidente, anche per evitare il rischio di un caos interno che preoccupa tanto gli industriali quanto il cittadino medio. E al momento, continua il SAB, non appaiono all’orizzonte ipotesi secessioniste o di disintegrazione territoriale sia per assenza di leadership autonome sia per incapacità di finanziarsi e di sopravvivere distaccati da Mosca.

Naturalmente su tutto questo aleggiano dei dubbi. In primis, ricorda l’intelligence della Lettonia, il tema dell’economia. Le sanzioni stanno colpendo la Federazione Russa e, pur resistendo con un continuo dirottamento di fondi, non è detto che possa farlo per tempi troppo prolungati sfruttando le fluttuazioni del prezzo dell’energia o misure di finanza pubblica. Il rischio quindi è che a un certo punto il declino economico possa rafforzare il pericolo per la perdita di ingenti capitali da parte delle élite e del potere d’acquisto da parte della classe medio-bassa. Ma anche in questo caso, il SAB sottolinea che adesso “è improbabile un cambio di potere in Russia”.

La presa di posizione da parte di una delle tre strutture dell’intelligence lettone sottolinea il cambiamento di concezione rispetto a Mosca soprattutto se messa in parallelo con le prime settimane e i primi mesi di guerra. La Lettonia non ritiene plausibile né un golpe né la fine della stagione di potere di Putin per motivi di salute. E questo implica che sia ancora l’uomo di San Pietroburgo a essere considerato l’interlocutore e l’avversario delle prossime fasi della guerra. L’analisi non indica certo un’apertura di credito a favore di Putin, ma va sottolineato come non sia affatto scontato che dai Paesi baltici giungano smentite anche così nette rispetto a una possibile caduta dello “zar”. I Paesi del fianco nordorientale della Nato, da Polonia a Estonia, passando appunto per Lituania e Lettonia, rappresentano da sempre l’ala più intransigente e profondamente antirussa del blocco. Ma come essi hanno sempre richiesto un maggiore impegno della Nato a est in funzione antirussa, dall’altro lato molto spesso essi hanno anche simboleggiato le vere prospettive dell’Alleanza, rivelandosi fondamentali termometri della percezione del blocco euroatlantico rispetto alla Russia e ad altri temi di rilevanza strategica.

Il fatto che ora, dopo nove mesi di guerra, i servizi della Lettonia confermino una linea di estrema durezza verso il Cremlino ma senza exploit in termini politici, sembra ribadire due punti essenziali dell’attuale strategia di Riga così come di quella atlantica. Da un lato, esso potrebbe rappresentare la prova di un cambiamento mentale da parte di alcuni apparati sul fatto che Mosca sia un rivale meno semplice di quanto preventivato in precedenza e anche più complesso da analizzare per fare previsioni. Specialmente per i rischi connessi agli scenari più nefasti. I timori su ipotesi di golpe o disintegrazione territoriale sono in questo senso in linea anche con quella ormai nota frase del presidente Usa Dwight Eisenhower sul temere una sconfitta russa più di una vittoria russa: dottrina che evidenzia il pericolo che potrebbe sorgere da una implosione russa sia in termini di stabilità regionale che dell’intero mondo. Dall’altro lato, questa analisi lettone potrebbe ribadire la volontà baltica ma anche atlantica di evitare fughe in avanti pur rimanendo saldamente ancorati ai principi che hanno fino a questo momento dominato l’azione del governo e dell’Alleanza. Un atteggiamento non troppo diverso da quella freddezza ed estrema cautela mostrate dalla Polonia dopo l’incidente dei missili caduti sul proprio territorio. Mosse che possono per certi versi apparire curiose da parte chi ha sempre manifestato le proprie posizioni decise contro la Russia e il suo nuovo corso, e che potrebbero invece sottintendere una nuova tendenza baltica a evitare (almeno in questo momento) di interpretare il ruolo dei “falchi”, dei “duri e puri”, in assenza di un coordinamento con Washington.

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