Vladimir Putin potrebbe aver cambiato strategia in Afghanistan, rendendo i talebani dei nuovi preziosi alleati. Questa è realpolitik allo stato puro. Il numero uno del Cremlino ha già dato ampiamente sfoggio delle sue abilità politiche e diplomatiche in grado di bypassare ottuse prese di posizione e idealismi all’acqua di rose.

Il Cremlino cambia strategia in Afghanistan

Mentre il mandato NATO in Afghanistan, più volte dato per finito, continua ad operare senza successo, la Russia ha deciso di cambiare completamente strategia in un territorio complicatissimo. I russi d’altronde conoscono bene il pantano afghano, ove rimasero “insabbiati” per dieci anni senza cavarne un ragno dal buco. Il Cremlino ora volta le spalle al Governo filoccidentale di Kabul per rivolgersi più o meno apertamente al movimento talebano.

La comunanza di intenti tra il Cremlino e gli allievi del defunto Mullah Omar è notizia che circola da circa un anno a questa parte. Già lo scorso marzo 2017 il portale d’informazione Russia Beyond riportava un pezzo dal titolo “Does Russia support the Taliban?” (“La Russia supporta i talebani?”). All’interno dell’articolo venivano riportate le accuse del Capo del Comando Supremo Alleato Nato in Afghanistan, Curt Scaparotti, che aveva parlato di “accresciuta influenza russa in termini di associazione e anche rifornimento ai talebani”. Nello stesso scritto si dava spazio alla replica della controparte russa che per bocca del Ministro degli Esteri esprimeva la “mancanza di alcuna evidenza a supporto di tale tesi”.

Secondo Mosca i talebani non sono “terroristi”

Tuttavia nelle stesse dichiarazioni di Sergei Lavrov si poteva notare come la Russia non solo ammettesse l’esistenza di un, seppur minimo, contatto con i talebani, ma ne legittimava de facto lo status utilizzando l’aggettivo “movimento” e non più “gruppo terroristico”. “I limitati contatti con il movimento talebano sono subordinati al compito di garantire la sicurezza dei cittadini russi in Afghanistan e hanno l’obiettivo di incoraggiare il movimento talebano a inserirsi in un processo di riconciliazione nazionale sotto la guida di Kabul”, queste le dichiarazioni di Lavrov.

Le connessioni tra il Cremlino e il movimento islamista afghano non finiscono qui. Nel luglio 2017 il giornale inglese Dailymail e la CNN pubblicavano una serie di foto , in cui alcuni talebani venivano ritratti in possesso di armi russe. E ancora lo scorso 22 ottobre 2017 il The Guardian riportava l’accusa esplicita fatta dal governo di Kabul contro Mosca, colpevole di continuare a rifornire di armi il movimento talebano. Si parla nello specifico, come era già stato dimosrtato dalle foto, di armamenti leggeri e non eccessivamente sofisticati. Insomma mitragliatrici, lanciagranate e al massimo visori notturni per cecchini.

Dall’attentato di New York a Kabul, i russi vogliono contenere l’Isis 

Ora come interpretare questa mossa russa, in un momento in cui gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza in Afghanistan? La risposta si può trovare a qualche centinaio di migliaia di chilometri da Kabul e dagli altipiani afghani. La risposta può essere trovata proprio nella città, dove simbolicamente ebbe inizio la guerra in Afghanistan. New York. Sedici anni dopo l’attentato al World Trade Center, un altro attentato ha scosso le strade newyorkesi. Sayfullo Saipov, il nome dell’attentatore.

Uzbekistan il suo paese d’origine. Ed è proprio questa la risposta. L’Uzbekistan, il Turkmenistan, il Tagikistan e il Kazakistan sono Paesi a maggioranza musulmana sunnita a ridosso della Russia. Paesi che hanno dato i natali a numerosi jihadisti di Daesh, tra cui l’attentatore di New York. Ora, l’Isis non è ancora penetrato formalmente in questi Stati, ma potrebbe tuttavia riuscire a farlo usando proprio l’Afghanistan come ponte. L’infiltrazione di Daesh nel territorio afghano è avvenuta nel 2015 e venne denunciata dallo stesso leader talebano, Mullah Omar, il quale invitò i jihadisti a non immischiarsi nella faccende interne allo Stato afghano.

I talebani come scudo contro Daesh

Da allora talebani afghani e Isis sono in guerra. Solo lo scorso 25 ottobre violenti scontri erano stati registrati nella provincia di Jawzjan proprio tra miliziani dell’Isis e talebani. Putin dunque sceglie di stare con il movimento talebano per evitare una diffusione a macchia d’olio dell’ideologia di Daesh. D’altra parte l’obiettivo del movimento un tempo guidato dal Mullah Omar non è la guerra santa bensì la “liberazione” del Paese dall’occupante straniero, come già scritto su questo portale. Come scriveva Massimo Fini sul Fatto Quotidiano: “Putin è un vero uomo di Stato, che ragiona da uomo di Stato, la dirigenza statunitense, almeno da George W. Bush in poi, assomiglia molto di più a una congrega confusionaria e confusa di incapaci autolesionisti e pericolosi”.

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