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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan lancia un segnale: ha avuto “l’impressione” che Vladimir Putin sia disposto a porre fine alla guerra in Ucraina. “In Uzbekistan, mi sono incontrato con il presidente Putin e abbiamo avuto discussioni molto approfondite con lui. E mi sta dimostrando che è disposto a porre fine a questa situazione il prima possibile.” ha detto il presidente turco. “Questa è stata la mia impressione” ha continuato Erdogan, che non ha nascosto, nell’intervista all’americana Pbs , che “il modo in cui si stanno svolgendo le cose ora è piuttosto problematico”.

Frase che può significare molto e che non necesaria indica che il presidente russo voglia un accordo di pace a qualsiasi costo. Può significate che la guerra è in una fase complicata per Putin, ma anche che in questo momento è complicato fare affidamento sulla volontà delle parti a interrompere la guerra in assenza di un vero negoziato e mentre il conflitto appare difficile da interpretare anche sul campo, soprattutto dopo la controffensiva ucraina. Infine, viste anche le più recenti indicazioni dalla Duma e dai referendum nelle repubbliche separatiste filorusse, potrebbe anche essere un momento complesso proprio per le possibili evoluzioni o accelerazioni da parte di Mosca (o di Kiev). Di qui un’accelerazione che per Erdogan potrebbe essere frutto proprio di quella ”impressione” sulla volontà di Putin di finire la guerra (naturalmente nel modo voluto dallo stesso leader russo).

Per ora Erdogan ha ribadito che le trattative si sono concentrate sullo scambio di 200 prigionieri: un “passo avanti significativo” ha spiegato il leader turco da New York. Ma è chiaro che il vero passo in avanti sarà quello di riuscire a raggiungere dei primi compromessi quantomeno su un cessate il fuoco che permetta di evitare ulteriori morti.

Le parole del leader turco sono importanti per diverse ragioni. Innanzitutto confermano il desiderio di Erdogan di mostrarsi quale unica autorità internazionale ad avere un ruolo da mediatore nel conflitto in Ucraina. Una volontà manifestata anche dall’accordo sul grano raggiunto con estrema difficoltà quest’estate e che vede proprio in Istanbul la sede del centro logistico per la gestione del traffico navale dai porti ucraini. Lo sblocco dei carichi di cereali e in parte anche fertilizzanti era essenziale non solo per raggiungere i porti di molti Paesi che rischiavano una penuria di generi alimentari, ma anche un modo per mostrare che le due parti contendenti erano comunque in grado di evitare un ulteriore aggravamento delle conseguenze negative mondiali della guerra scatenata dai russi il 24 febbraio.

Erdogan è tornato su questo accordo anche per ribadire l’importanza diplomatica del patto: “Voglio solo che le navi viaggino verso Paesi in via di sviluppo e non Paesi ricchi. Per i prodotti russi troveremo una soluzione”, ha detto il presidente turco. E in questa frase si scorge non solo il riferimento alle richieste di Putin di far passare anche i bastimenti russi attraverso il Bosforo, ma anche la scelta del leader di Ankara di ergersi quale uomo in grado di portare sul tavolo internazionali questioni di natura internazionale e umanitarie: elemento da non sottovalutare anche nella logica di soft power che muove la diplomazia di Erdogan soprattutto in Africa e in alcune aree del Medio Oriente.

Un altro elemento da tenere in considerazione per comprendere l’importanza delle parole sull’Ucraina è poi quello temporale: Erdogan ha infatti potuto vedere Putin proprio pochi giorni fa a Samarcanda, per il vertice della Organizzazione di Shanghai, e ha avuto modo di interloquire con diversi leader asiatici, tra i quali il cinese Xi Jinping e l’indiano Narendra Modi. Dall’incontro in Uzbekistan è apparso chiaro che a livello pubblico non ci sia stato alcun tipo di supporto all’agenda russa in Ucraina, ma che anzi si stia cercando anche al di là del blocco occidentale una soluzione al conflitto. I capi di Stato di governo della Sco non hanno voltato le spalle a Putin, dal momento che la Russia rappresenta un partner fondamentale per tutti i Paesi, ma è chiaro che l’interesse generale sia quello di evitare un ulteriore inasprimento del conflitto e soprattutto un possibile collasso di Mosca in caso di un conflitto senza risultati tangibili o addirittura foriero di una sconfitta. E il fatto che il presidente turco abbia fatto comunque una rivelazione molto importante, e cioè che abbia “l’impressione” che Putin vorrebbe finire la guerra “il prima possibile”, può indicare che da Samarcanda siano arrivati segnali anche dallo stesso leader del Cremlino sulla volontà di non proseguire nella sua “operazione militare speciale” trasformandola in una sorta di “guerra infinita” sul modello afghano o iracheno. Specialmente in assenza di un reale supporto delle potenze orientali.

Erdogan, in questo momento, gioca quindi una partita molto complessa. Come membro della Nato, sa che il suo agire è limitato dai doveri interni all’Alleanza, ma si è riuscito a ritagliare un’autonomia di movimento che gli consegna un ruolo di mediatore quasi “esterno” e superpartes pur essendo pienamente inserito nei meccanismi atlantici e rifornendo di droni l’Ucraina. Come partner della Russia, specialmente sul fronte del gas ma anche su diverse questioni di ordine strategico, ha ribadito di non giustificare in alcun modo l’invasione russa dell’Ucraina ma ha evitato, anche durante l’ultima intervista, di condannare Putin senza prima dei risultati di indagini da parte delle Nazioni Unite. “Non possiamo schierarci. E non sarebbe giusto che lo facessimo”, ha affermato Erdogan, “non è giusto osservare Putin come una persona completamente diversa perché sta dando la priorità agli interessi del suo Paese e sta combattendo per i suoi interessi, per gli interessi del suo Paese”. Ed è chiaro che questo serva non solo a mantenere l’equidistanza utile per essere un mediatore, ma anche un chiaro messaggio per la propria leadership che vale sia sul piano esterno che dell’opinione pubblica interna.

L’obiettivo del “sultano”, in ogni caso, è quello di essere l’unico leader che rispetto all’Europa e alla Nato riesca a dare continuità alla sua via diplomatica. Cosa che gli serve sul piano interno per aumentare il consenso in una fase di stallo, ma sul piano esterno anche per ottenere un credito da spendere sui vari tavoli in cui è coinvolta la Turchia: dal Caucaso alla Siria, dal Mediterraneo orientale al Nord Africa. Come già dimostrato con la minaccia di veto nei confronti di Finlandia e Svezia nella Nato, il presidente turco tratta con diversi elementi l’uno intrecciato all’altro.

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