In questa settimana A Ryad si è riunita la cosiddetta opposizione siriana, esponenti dei vari movimenti jihadisti che hanno nell’Arabia Saudita il loro punto di riferimento.

Difficile districarsi tra le tante sigle, la cui azione contro Damasco si è andata intrecciando con quella parallela di al Nusra (al Qaeda siriana) e Isis.

Tralasciando le pregresse gesta di questi movimenti, per lo più longa manus straniera in territorio siriano arruolate allo scopo di realizzare un regime-change, val la pena sottolineare che l’asserita opposizione siriana ha svolto la sua assise in parallelo a quella di Sochi, dove Vladimir Putin, dopo aver ricevuto Assad, ha fatto da padrone di casa a un vertice tra Recep Erdogan e Hassan Rouhani.

Insomma, a Sochi si sono incontrati i provvisori vincitori della guerra siriana, a Ryad i provvisori sconfitti. La guerra sta finendo, stante che il territorio è ormai quasi del tutto libero dall’Isis e si deve definire il futuro della Siria.

Da qui le assise parallele, le cui istanze verranno poi portate a Ginevra, dove da tempo si dibatte inutilmente sulla stabilizzazione del Paese.

Sembra ci sia un punto comune tra le due assise, ovvero la necessità di conservare l’integrità del Paese, cosa in contrasto con i progetti di divisione della Siria in aree diverse, come da dettato neocon (un kurdistan, un sunnistan e una ridotta destinata ai residui sostenitori di Assad).

Ma sono ancora tante le note discordi da armonizzare per avviare un processo di pace duraturo.

Nel vertice di Sochi è restato ancora irrisolto il nodo dei curdi. La Turchia non vuole siano fatte concessioni: non devono far parte dei negoziati né va accordata loro, come vorrebbero le autorità siriane e russe, una regione autonoma.

Il primo punto è aggirabile, dal momento che le istanze curde possono essere rappresentate da terzi; il secondo potrebbe risolversi in un accordo che preveda una zona cuscinetto tra l’eventuale regione curda e la Turchia.

La parallela assise di Ryad invece ha rilanciato il mantra anti-Assad che verte la destituzione del presidente siriano come pregiudiziale per iniziare un processo di pace. Uno slogan ossessivo che ha perso efficacia, stante che Assad ha ormai vinto la guerra.

La novità sta però nel fatto che a Ryad sono convenuti anche gli esponenti dell’opposizione siriana altra da quella legata ai sauditi, ovvero quei gruppi i cui dirigenti finora hanno trovato riparo al Cairo, ad Ankara e a Mosca.

Tutte queste opposizioni si presenteranno al vertice di Ginevra unite, cosa mai successa prima e che fa sperare in una interlocuzione più efficace tra provvisori vincitori e provvisori vinti.

Insomma, sembra che stavolta i sauditi, per interposti movimenti di opposizione, potrebbero non aver di mira soltanto il fallimento dei negoziati, come accaduto finora.

Potrebbero cioè aprirsi a una qualche trattativa, pur conservando la pregiudiziale anti-Assad; tale rivendicazione potrebbe cioè rimanere agitata all’interno di una conflittualità di carattere politico che non escluda accordi di altro genere sul futuro del Paese.

Certo, la sparata del principe saudita, Mohamed bin Salman, che ha affermato che l’ajatollah Khamenei “è come Hitler” e ha ammonito l’Europa a non fare accordi con l’Iran, non sembra andare in questa direzione.

Eppure le affermazioni allucinate del principe, che ha arrestato e torturato i membri della corte reale per incassarne i cospicui patrimoni (circa 100 miliardi “recuperati”) potrebbero far parte di un rialzo della posta.

Un modo per sedersi al tavolo dei negoziati da una posizione di forza, negata dalla realtà del conflitto ma vera nella propaganda.

Da vedere dunque se Ryad, per interposti movimenti sunniti, si risolverà per un negoziato, tenendo conto che se lo farà non sarà certo per un afflato umanitario verso il destino della Siria quanto perché se non tratta è di fatto esclusa dal suo destino prossimo venturo, che sarà disegnato dai soli vincitori.

Occorre però considerare un altro fattore: la presenza delle truppe (e di basi) americane in Siria. Inviate in questo Paese per contrastare il terrorismo, l’Isis e al Qaeda, come da mandato iniziale, sono intenzionate a restare.

“È una partita che si gioca anche all’interno dei palazzi di Washington”, spiegava ieri Alberto Flores d’Arcais sulla Repubblica, “tra chi (il segretario di Stato Tillerson e lo stesso Trump) è disposto a concedere molto a Trump e i generali che – con il vertice dell’intelligence – considerano la “pax russa” un totale cedimento al Cremlino e agli ayatollah di Teheran”.

Gli Stati Uniti resteranno per due motivi. Anzitutto intendono frenare l’operatività dell’ormai consolidata mezzaluna sciita, asse che va da Teheran al Libano e che preoccupa Tel Aviv e Ryad.

Non è un caso che la presenza americana insista su tale asse. Ma anche per dare rassicurazioni a Israele e Giordania sulla sicurezza dei loro confini.

Proprio la presenza degli americani potrebbe fornire agli esponenti dei movimenti filo-Ryad una via di uscita dal tunnel nel quale si sono ficcati.

La pregiudiziale anti-Assad, infatti, non impedisce loro di trovare sistemazione nelle aree controllate dagli americani per rapportarsi con il fronte avverso da cittadini siriani e non stranieri.

Resta l’altro nodo cruciale, quello della presenza di milizie sciite in Siria, sia quelle dipendenti direttamente da Teheran sia Hezbollah. Una questione sulla quale si è centrata la conversazione telefonica tra Putin e Netanyahu avvenuta il giorno precedente all’incontro di Sochi (vedi Debka).

Putin ha tentato di rassicurare il suo interlocutore, spiegando che avrebbe tenuto fede agli impegni presi con Trump di creare una zona cuscinetto ai confini con Israele e la Giordania dove militari russi avrebbero garantito il cessate il fuoco.

Una rassicurazione che Netanyahu non ha accettato, spiegando che la presenza di milizie sciite nell’area è percepita da Tel Aviv come una minaccia e come tale sarà trattata.

Tanti i nodi da sciogliere. Vinta la guerra contro l’Isis, dopo la caduta di Abu Kamal, ultimo bastione del Terrore nel Paese (vedi Piccolenote), ora occorre “vincere” la pace.

La stabilizzazione dell’area sarà difficile e tormentata. E non priva di rischi riguardo nuovi e più disastrosi conflitti. Ma lo scenario è totalmente diverso da quello che si prefiguravano gli ambiti regionali e internazionali che hanno pianificato il regime-change siriano.

Oggi che tale piano è fallito e si è risolto con la vittoria strategica degli iraniani, tali ambiti internazionali e regionali devono fare i conti con il proprio smacco.

E verificare se sia più proficuo perseverare sulla via che oggi li vede sconfitti, intensificando la conflittualità nell’area, o tentare di giungere a una pax regionale.

Ad oggi la situazione sul campo indica che nessuno degli attori regionali può attaccare frontalmente un altro, stante il prezzo che dovrebbe pagare al proprio avventurismo.

Anche questo potrebbe essere un punto di partenza per giungere a una, seppur tacita, Yalta mediorientale. Che poi al momento è l’unica realistica prospettiva di pace possibile.

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