A Tripoli c’è una guerra che va avanti da otto anni e ad avviarla sono stati alcuni paesi europei, a partire dalla Gran Bretagna e dalla Francia passando poi per un’Italia costretta o quasi ad accodarsi. Sembra superfluo specificarlo, ma non lo è: questo perché, ogni qualvolta che accade qualcosa nella capitale libica o nel resto del paese nordafricano, l’occidente per intero sembra come svegliarsi e scoprire improvvisamente che al di là del Mediterraneo è in corso un conflitto per giunta causato da una scellerata politica interventista.

La strage di Tajoura, in cui a perdere la vita sono 53 migranti e forse più presenti all’interno di un centro d’accoglienza, è per l’appunto uno di quegli episodi che ridà per pochi giorni centralità ad una guerra mai doma. Ma occorre aspettare un’altra tragedia per capire che la Libia è in fiamme?

Tutti preoccupati, ma il conflitto andrà avanti

Parole di condanna che risuonano come mere frasi di circostanza: ecco a cosa si limita la reazione di quelle stesse potenze che in queste ore appaiono “costernate” da quanto accaduto. Alla prova dei fatti però, difficilmente uscirà qualcosa di concreto. Emergono già spaccature all’interno del consiglio di sicurezza dell’Onu, con la Gran Bretagna che propone la condanna dell’attacco e gli Usa che nella riunione svolta a porte chiuse nel palazzo di Vetro blocca ogni iniziativa in tal senso. Figurarsi quindi se realmente è possibile aspettarsi nei prossimi giorni concrete iniziative per quanto meno un cessate il fuoco.

L’ultima fase del conflitto, quella cioè inaugurata lo scorso 4 aprile con l’avanzata di Haftar verso Tripoli, ha polarizzato la guerra. Al Sarraj, a capo di un governo transitorio che però è insediato già da tre anni ed a fatica riesce a controllare lo stesso quartiere presidenziali di Tripoli, vede nell’attacco di Haftar un tradimento in primis di natura personale che dunque va osteggiato ad ogni costo. Dall’altro lato, Haftar vede in Al Sarraj un politico ricattato dalle milizie che controllano realmente la capitale e giustifica la sua guerra in nome della lotta al terrorismo. Il reale problema è che, a livello internazionale, le posizioni sono ancora più polarizzate. Da un lato attori che appoggiano Al Sarraj, dall’altro altri che invece stanno con Haftar. Nel primo gruppo occorre annoverare soprattutto Turchia e Qatar, nell’altro invece il blocco saudita con l’Egitto.

In mezzo un occidente che, dopo aver causato l’incendio, non riesce o forse non vuole domare le fiamme divampate nel dopo Gheddafi. C’è chi, come l’Italia, prova a mediare con tutti senza però incidere sotto il profilo diplomatico, c’è chi invece, come la Francia, mantiene ambigui rapporti con entrambe le parti in causa. Poi ci sono quei paesi, come Usa e Russia, che potrebbero far qualcosa ma che non ne hanno l’interesse specialmente perché, alla fine, il danno è tutto in gran parte europeo ed è al vecchio continente che si richiede un’azione risolutiva. Ma l’Europa, per l’appunto, alza un po’ la voce solo in caso di eventi eclatanti, come nel caso di Tajoura. Poi, subito dopo, lascia che la guerra continui ad essere polarizzata e soprattutto ad essere un conflitto interno al mondo arabo/islamico.

Lacrime di coccodrillo

Dinnanzi ad una tragedia come quella di Tajoura, è impossibile non esprimere costernazione. A prescindere dalle dinamiche e da ogni altra considerazione, il bombardamento di un centro che ospita migranti altro non è che tangibile testimonianza del livello barbaro raggiunto dalla guerra in Libia. Ma purtroppo c’era da aspettarselo: impossibile non pensare che, prima o poi, un episodio del genere non potesse capitare. E mentre a Tripoli si assiste al rimpallo delle responsabilità, con Al Sarraj che accusa Haftar di aver deliberatamente compiuto un atto criminale e con Haftar che invece accusa Al Sarraj di usare i migranti come scudi umani, l’occidente versa lacrime di coccodrillo. Un pianto tanto inutile quanto inopportuno: nessuno può tirarsi indietro dalle proprie responsabilità e, allo stesso modo, nessuno può dire di non sapere che interi quartieri residenziali e centri per migranti sono esposti al tiro d’artiglieria od ai bombardamenti delle parti in guerra.

E adesso si rischia anche una certa strumentalizzazione politica della strage di Tajoura, a partire dall’annuncio del governo di Tripoli secondo cui si è pronti a valutare il rilascio degli oltre tremila migranti all’interno dei centri d’accoglienza “per ragioni di sicurezza”. Una circostanza che assomiglia più al tentativo di voler mettere pressione all’Europa, ed all’Italia in primis, che ad altro. Un’ultima eventuale beffa in un contesto in cui la Libia, per anni, costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale d’Africa, con migliaia di migranti che rimangono nel paese grazie all’ampia disponibilità di lavoro senza voler oltrepassare il Mediterraneo. Per anni appunto, fino al 2011 quando il vecchio continente si imbarca nell’avventura bellica contro Gheddafi causando da allora sofferenze per i libici, per i migranti in Libia e per chi è chiamato a gestire la sicurezza nei nostri territori.

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