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Vengono dette “le atomiche dei poveri”, perché la loro produzione è poco costosa e può essere facilmente massificata a partire da quella dei fertilizzanti, insetticidi o prodotti farmaceutici. Da sempre usate nelle varie guerre, la loro produzione, sviluppo, detenzione e utilizzo è proibita dal 1993 grazie al trattato CWC. Sono le armi chimiche, che insieme a quelle nucleari, radiologiche e batteriologiche fanno parte delle WMD, le weapons of mass destruction.

La Corea del Nord è balzata negli ultimi anni all’onore delle cronache per il suo programma di riarmo volto a dotarsi di missili balistici intercontinentali e di bombe atomiche: l’argomento è stato disaminato molte volte negli ultimi mesi da queste colonne in concomitanza con i vari test atomici e missilistici. Quello che però è realmente temibile per tutta una serie di fattori che andremo a esaminare, non è la presenza di qualche decina di testate nucleari nelle mani di Kim Jong-un, bensì il formidabile arsenale chimico (e la sua dottrina di impiego) che Pyongyang utilizzerebbe in caso di conflitto, anche a scala limitata.
Così come è stato per il nucleare, le basi per la costruzione di un arsenale chimico sono state date dall’Unione Sovietica (e dalla Cina) che nel 1954 trasferì un certo numero di agenti chimici, tecnologie e strumenti di protezione alla Corea del Nord che formarono l’embrione su cui si sviluppo il programma di armamento chimico. Nel 1964 Pyongyang concluse col Giappone un contratto per l’importazione di fertilizzanti che servirono da base per la sintesi di aggressivi chimici come il tabun e il gas mostarda (iprite), un asfissiante ben noto nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. La “maturità” del programma di chemical warfare della Corea del Nord è fatta risalire al 1989 quando Pyongyang raggiunse la capacità di produrre ingenti quantità di agenti nervini, vescicanti, soffocanti e del sangue insieme ad una notevole varietà di munizionamento atto a diffonderli sul campo di battaglia. Le stime sull’ammontare complessivo dell’arsenale chimico nordcoreano variano a seconda delle fonti, spesso viziate dall’impenetrabilità del Paese, e oscillano tra le 180 e le 5000 tonnellate stoccate in almeno una mezza dozzina di depositi maggiori ed in circa 170 tunnel sparsi lungo tutto il Paese.  La produzione, che secondo fonti dell’Esercito Sudcoreano si aggirerebbe intorno alle 4500 tonnellate di agenti chimici e batteriologici con un massimo di 12 mila in caso di guerra, è affidata a 3 o 4 centri maggiori uniti ad altri 7 o 8 minori: Anju, Aoji-ri, Ch’ongjin, Hamhung, Hwasong-up, Manpo, Sakchu, Sariwon, Sinhung, Sinuiju e Sunch’on.  

Secondo la maggior parte degli studiosi, i centri di ricerca e sviluppo sarebbero localizzati nelle città di Hamhung, Kanggye, Pyongsong e Sinuiju, in aggiunta al probabile centro di addestramento sito a Hungnam. A questi vanno poi aggiunti i maggiori siti di stoccaggio che corrispondono a diversi Corpi d’Armata: uno per il II a Samsan-dong, due per il III (Pyongyang e Hwangch’on), uno per il IV (Sariwon) ed uno per il V (Wangjaebong).

Gli aggressivi chimici di cui dispone la Corea del Nord sono: adamsite (DM), cloroacetofenone (CN), clorobenzilidene malononitrile (CS), cianuro d’idrogeno (AC), gas mostarda o iprite (H o HD), fosgene (CG e CX), i nervini sarin (GB), soman (GD), tabun (GA) e agenti V (VM e VX). Per motivi tecnici ed operativi l’arsenale nordcoreano sarebbe fornito in maggior parte di iprite, sarin e agenti V. Durante gli anni ’90 è certo che Pyongyang abbia acquisito la capacità di dotarsi di agenti chimici “binari” ovvero costituiti da due componenti innocui che diventano letali solo una volta mescolati, cosa che avverrebbe solo al momento dell’esplosione del proietto, del razzo o poco prima, fattore che contribuisce a rendere molto più sicuro il maneggiamento e ne prolunga la stabilità in fase di deposito soprattutto per gli agenti nervini.
La Corea del Nord è capace di produrre e impiegare armi chimiche che possono essere impiegate praticamente da quasi tutti i sistemi d’arma in forza all’Esercito: dalla maggior parte dei pezzi di artiglieria e mortai sino alle testate dei missili balistici a corto e medio raggio passando per quelli di teatro (Frog) ed ai sistemi tipo MLRS (Multilpe Launch Rocket System).

La dottrina di impiego di Pyongyang prevede l’utilizzo di armi chimiche, che sono ritenute essere politicamente più spendibili rispetto a quelle atomiche perché mediaticamente meno impattanti, in un attacco a sorpresa contro il Sud per ottenere l’iniziale vantaggio tattico che permetterebbe di sbaragliare le forze americane e del Sud dispiegate a ridosso della Zona Smilitarizzata lungo il 38esimo parallelo. In particolare agenti chimici  poco persistenti potrebbero essere usati in fase di avanzata o per bloccare eventuali contrattacchi mentre quelli più persistenti (VX e iprite ad es.) sarebbero utilizzati contro punti precisi delle retrovie nemiche come sedi di comando e controllo, importanti snodi viari, depositi logistici o sulle basi aeree e navali del Sud nonché per un eventuale attacco di rappresaglia sulla popolazione. L’arsenale chimico rappresenta anche un efficace strumento di deterrenza contro un possibile primo attacco alleato perché Pyongyang si giocherebbe l’uso delle armi chimiche nel quadro di uno scontro convenzionale per rallentare o eliminare le punte di lancia di una possibile offensiva terrestre diretta verso il proprio territorio.

Quanto sia importante lo scenario di guerra chimica per Pyongyang lo si evince anche dall’addestramento intensivo alle metodologie di difesa NBC: la Corea del Nord ha unità di difesa chimica ad ogni livello della sua struttura militare equipaggiate con sistemi di rilevamento e decontaminazione. Inoltre, sin dal 1990 viene data la massima priorità alla difesa in caso di attacco chimico sia nelle Forze Armate sia tra i civili: ampie fette della popolazione sono infatti chiamate, periodicamente, a partecipare ad esercitazioni in tal senso ed il regime ha provveduto a costruire sistemi di protezione collettiva presso i siti di produzione militare e in quelli civili di decentramento in caso di guerra.
Un tale sistema capillare di difesa unito a quello che potrebbe essere uno dei più grandi arsenali chimici rimasti al mondo (è notizia recente che la Russia ha provveduto a distruggere quanto rimaneva del proprio), fanno della Corea del Nord un temibile avversario: l’utilizzo di armi chimiche in caso di guerra sarebbe infatti molto più probabile rispetto a quello di un paio di decine di testate nucleari, le quali non eliminerebbero totalmente le difese (tanto meno la capacità offensiva) dell’avversario esponendo, viceversa, il Paese ad un massiccio attacco atomico di rappresaglia.

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