Tal Afar è un girone infernale in Iraq, dove il caldo e le urla dei disperati rimbombano nell’aria insieme ai boati delle bombe. Uomini, donne e bambini scappano per salvarsi la pelle sia dai caccia della coalizione anti Daesh che dalle bandiere nere dello Stato islamico. Grosse colonne di fumo si alzano dalla terra e, ruotando su se stesse, si slanciano fino a mischiarsi con le nuvole del cielo. I soldati di Baghdad – appoggiati dai caccia statunitensi, dai curdi e dalle milizie sciite – si muovono con cautela nel dedalo di vie della città. L’Isis, infatti, potrebbe aver trappolato con mine esplosive ogni angolo di Tal Afar, come del resto ha fatto a Mosul e ora a Raqqa. Lo scenario è apocalittico, reso ancora più tragico dall’arida terra desertica (Qui la mappa della battaglia).

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Le lacrime dei bimbi coprono le scariche dei kalashnikov, come racconta a LaPresse Amy Christian, una volontaria di Oxfam: “Il rumore del pianto dei bambini è assordante. I piccoli erano ricoperti di sporcizia e incredibilmente magri, hanno attraversato l’inferno per arrivare fino a qui. Le famiglie in fuga hanno cercato di rimanere unite, le madri tenevano stretti a sé i loro bambini, alcuni neonati. Erano tutti esausti e traumatizzati da quella terrificante esperienza. Dopo giorni interi di cammino nel deserto, hanno urgentemente bisogno di acqua, cibo, riparo. Alcuni sono stati costretti a fuggire di notte perché l’Isis impediva loro di andarsene, mentre a Tal Afar non era rimasto più niente da mangiare”. 

I civili scappano in un lungo fiume umano, in cui la speranza si mischia alla paura, la felicità al fetore dei cadaveri che si trovano lungo la strada. Ahlam Ibrahim, il nome riportato da LaPresse è di fantasia, ha raccontato di essere scappato dal villaggio di Mzràa non appena sono iniziati i bombardamenti governativi: “Siamo andati via perché eravamo terrorizzati dalle bombe, soprattutto i bambini. Le strade erano piene di macerie e i più anziani non ce l’hanno fatta. È stato difficilissimo camminare in quelle condizioni e non posso dimenticare l’odore dei morti, non avevo più voce a forza di gridare ai miei figli di starmi vicino”.

Anche Nahida Ali è fuggita da Mzràa e il suo racconto non è meno straziante: “L’Isis ha catturato mio marito due giorni fa, quando siamo scappati. Volevamo farlo un mese fa, ma Daesh ce lo ha impedito. Se si accorgevano che una famiglia tentava la fuga, gli uomini erano immediatamente catturati. Abbiamo visto un sacco di persone morire, avevamo paura. Siamo disperati perché forse uccideranno mio marito, non sappiamo dove sia”. Il pericolo ora sono le rappresaglie. I terroristi dello Stato islamico tengono infatti in ostaggio almeno 40mila persone, che rischiano di essere usate come scudi umani o di essere giustiziate. 

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Per ora le forze governative controllano circa il 40% della città, ma i numeri non contano. Le bandiere nere possono indietreggiare per poi avanzare nuovamente e sfondare le linee usando mezzi imbottiti di esplosivo. Mezzi letali che non guardano in faccia nessuno e che non sono in grado di distinguere il civile dal militare. Sono i colpi di un’organizzazione terroristica che sta perdendo terreno e che, come purtroppo dimostrano i recenti attacchi in Occidente, si sta preparando a una nuova guerra. Totalmente asimmetrica e vigliacca. Ma chi fugge da Tal Afar oggi non pensa a questo. Pensa solamente a portare a casa la pelle. Mentre il sole picchia come un disperato. 

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