Il cielo illuminato dalla contraerea di Baghdad mostrato dalla Cnn, con il sottofondo delle sirene risuonanti in tutta la capitale irachena e con i primi bagliori delle esplosioni in lontananza; la seconda guerra in Iraq, voluta da Bush junior a distanza di dodici anni da quella decretata dal padre nel 1991, è entrata in questa maniera nelle case di milioni di spettatori che già da mesi avevano messo in conto di assistere ad un nuovo conflitto mediorientale. Proprio come nel 1991, la guerra è apparsa quasi un appuntamento da palinsesto, da seguire al pari di un super bowl o di un’importante partita di calcio; nemmeno il più pessimista, in quella notte tra il 20 ed il 21 marzo del 2003 in cui i bombardamenti Usa hanno dato il via alle battaglie, forse poteva immaginare di assistere all’inizio di una vera mattanza e di uno dei momenti più terribili ma anche decisivi della storia recente.

Il mondo in quel 21 marzo 2003

I due protagonisti di quella vicenda, sono subito apparsi in video mentre i primi aerei americani bombardavano Baghdad: il presidente Usa dalla Casa Bianca ha lanciato la dichiarazione di guerra all’Iraq, poche ore dopo dal suo ufficio Saddam Hussein ha esortato i suoi concittadini a resistere ed a lottare contro gli invasori. Il resto del mondo guardava, chi attonito ed impaurito, chi invece sostenendo che quella crisi sarebbe durata molto poco per via della debolezza delle forze rimaste fedeli al leader iracheno; ma quel mondo era comunque molto diverso da oggi: il terrorismo islamico era sì uno spauracchio, ma solo per l’impressione destata dall’11 settembre e da quanto accaduto a New York, l’Europa in realtà ancora non aveva conosciuto le bombe sui treni di Madrid e di Londra, su Bin Laden in molti programmi televisivi nel vecchio continente si facevano esilaranti parodie; la Russia di Putin era ancora un embrione e l’idea di un Cremlino come grande malato del mondo era ben lampante, ad Ankara invece Erdogan suscitava curiosità più per i suoi baffetti che per quello che avrebbe potuto combinare.

In Italia a guidare il governo era la Casa delle Libertà, in Spagna Josè Maria Aznar era all’apice della popolarità, iniziavano invece una certa fase calante Chirac in Francia e Schroeder in Germania, ma nel vecchio continente in generale non si parlava né di crisi economica e né di messa in discussione della dicotomia destra – sinistra all’interno delle varie democrazie parlamentari; Roma e Madrid hanno appoggiato l’intervento dell’asse Usa – Gran Bretagna, con Tony Blair che da Londra ha creato un’inedita alleanza tra un governo Laburista ed uno Repubblicano, mentre Parigi e Berlino al contrario si sono opposte a quell’avventura bellica.

In quella notte di marzo del 2003, il mondo ha anche notato la luce accesa nel palazzo apostolico in Vaticano, da dove Papa Giovanni Paolo II stava seguendo gli ultimi aggiornamenti relativi all’Iraq; dall’altra parte del Mediterraneo, Mubarack e Gheddafi erano ben saldi alla guida di Egitto e Libia ma quella resa dei conti tra Washington e Saddam Hussein potrebbe essere loro apparsa come una premonizione.

Una ferita ancora aperta

Sono passati quindici anni da quella notte, non tutti i cambiamenti avvenuto da allora possono essere imputati all’inizio di quel conflitto, pur tuttavia è anche vero che molto è cambiato dopo la sua fine; in primo luogo, il termine stabilità ha iniziato a rappresentare un concetto che il medio oriente da allora non ha più conosciuto: l’Iraq è stato sventrato, le tensioni interetniche ed interreligiose sono drammaticamente esplose, con l’estremismo islamico diventato imperante fino a creare quei gruppi che poi, dal 2013 in poi, saranno meglio noti come “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, conosciuto in occidente con l’acronimo Isis. Il paese da allora non si è più ripreso: conflitti interni, avanzate dei terroristi, creazione dello Stato Islamico nelle regioni settentrionali, indipendentismo curdo ed una condizione di profonda insicurezza dei propri cittadini costretti a sorbirsi la media di quasi un attentato al giorno; ecco l’Iraq a quindici anni dal via di quella guerra lampo ancora mai veramente terminata, né tanto meno archiviata sui libri di storia.

Tre lustri di conflitto, di disastri, di terrorismo, di instabilità, elementi poi trasmessi come per un paradossale processo di osmosi sotto le sabbie del deserto agli altri paesi della regione; nel mondo arabo sono davvero troppi i buchi neri politici e geopolitici apparsi negli ultimi anni, a partire da una Siria in guerra, fino allo stallo nello Yemen, passando per una Libia senza più uno Stato dopo l’uccisione di Gheddafi avvenuta nel 2011. La guerra iniziata tra il 20 ed il 21 marzo del 2003, oggi più che mai appare un passaggio storico sciagurato ma fondamentale per spiegare molte delle ultime evoluzioni: come detto, è vero da un lato che non tutto è cambiato per il conflitto scatenato da Bush junior, ma appare quasi impossibile spiegare altri eventi dell’ultimo decennio senza fare riferimento al disastro creato in Iraq dalla mossa unilaterale americana.

Un conflitto che un mondo diametralmente diverso da oggi guardava tra preoccupazione e speranza forse di trovarsi dinnanzi ad una guerra lampo, ma che adesso mostra come in realtà questa guerra lentamente sia entrata nella quotidianità del medio oriente e dell’occidente, permeandone la sua storia e la sua evoluzione.

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