Il Sudan, una delle nazioni africane con un ruolo politico e geo-strategico di primissimo piano nel continente africano, ricorderà il 2019 come un anno epocale per la sua storiografia. Negli ultimi mesi, nella nazione africana cerniera tra il Sahel e l’Africa subsaharina, è andata in scena infatti una vera e propria rivoluzione che ha portato alla caduta del trentennale regime di Omar Al Bashir. Le strade e le piazze si sono infiammate, studenti e donne hanno invocato diritti e democrazia, le forze militari hanno represso le manifestazioni e sparato sulla folla, e poi è seguito il tempo dei dialoghi, dei compromessi, delle trattative e della formazione di un esecutivo transitorio che, seppur lacunoso in alcuni punti, è stato accolto dalla comunità internazionale e dall’opinione pubblica come la prima pietra fondante della futura democrazia sudanese.

Ma in che direzione sta andando il Sudan? Che anno si prospetta per lo Stato africano che, proprio in questi primi giorni del 2020, ha visto infiammarsi di nuovo la regione del Darfur? Per capire quali sono i possibili scenari a cui va incontro la nazione africana occorre ripercorrere le fasi salienti che hanno caratterizzato l’ultimo anno e solo così si può arrivare ad avere in mano tutti gli strumenti per poter valutare i diversi, e non sempre rosei, orizzonti che si stanno dipanando all’orizzonte.

Gennaio 2019: esattamente 12 mesi fa, in uno degli Stati più repressivi a livello globale avviene ciò che in pochi erano stati in grado di preventivare: centinaia, migliaia di persone scendono in piazza. Il casus belli è l’aumento del costo del pane e degli altri beni di prima necessità, ma le proteste contro il caro vita rivelano in brevissimo tempo la loro vera natura. Un’onda di giovani invoca democrazia e le dimissioni del rais Omar Al Bashir. Il governo di Khartoum è sordo ad ogni istanza dei manifestanti e l’unico strumento che utilizza in risposta alle folle è la repressione. Come le manifestazioni si fanno più intense subito si registrano i primi morti, ma il ricorso alla violenza da parte del presidente e del suo cerchio magico in realtà è sintomo anche di uno stato di paura che pervade la leadership sudanese. Bashir sa che queste manifestazioni di piazza possono provocare un terremoto e, essendo lui ricercato dalla Corte Penale dell’Aja per dieci capi d’accusa di cui tre per genocidio, sa che perdere il potere significherebbe perdere anche l’immunità che questo gli ha garantito negli ultimi anni. Se il governodà carta bianca alle forze di sicurezza per reprimere le manifestazioni intanto le opposizioni si compattano. Viene stilata la Dichiarazione per la libertà e il cambiamento (Declaration of freedom and change) firmata dalle maggiori reti dell’opposizione, ma anche gli amici di sempre, con l’acuirsi delle proteste, prendono le distanze dal caudillo di Khartoum. Ed è così che Bashir viene abbandonato anche dalla Fratellanza musulmana e dai suoi ex sostenitori che fondano il National Front for Change e chiedono le sue immediate dimissioni. Il presidente dalla sua ha l’appoggio dell’esercito, dei servizi e delle milizie paramilitari e inoltre vanta alleanze anche con importanti alleati stranieri, tra cui la Russia di Putin che ha ammesso di avere mandato dei mercenari in sostengo al presidente, La Lega Araba, che non ha voluto intromettersi nella questione e poi, avendo nelle sue mani il controllo di gran parte del flusso dei migranti, Bashir riesce a tenere in scacco anche l’Unione Europea.

Il 6 aprile del 2019 viene però indetta una manifestazione generale, tutte le opposizioni si riversano nelle piazze delle principali città da Khartoum a El Obeid, ovunque una marea di persone invoca le dimissioni. Ed è proprio in quei giorni che si assiste a una scissione in seno all’esercito. Diversi reparti insieme ai loro ufficiali abbandonano il rais e si schierano con la popolazione e pochi giorni dopo, l’11 aprile ecco il colpo di scena, Bashir si dimette e l’esercito, con alla testa il generale Ahmed Awad Ibn Auf dichiara caduta la Costituzione del 2005 e proclama la nascita di un Consiglio Militare Provvisorio di cui fanno parte uomini del passato regime  come il comandante delle Rapid suppor forces, Himidty, e il capo dei servizi di sicurezza (Niss), Salah Gosh.

I sudanesi, sebbene si siano liberati di Bashir, però non esultano, sostengono che la transizione sia rimasta incompleta e che il golpe militare altro non abbia fatto che rafforzare il cuore repressivo che aveva caratterizzato il vecchio regime.

Di nuovo un Paese spaccato quindi e a confrontarsi ora sono i gruppi della società civile raccolti nel movimento Dichiarazione per la libertà e il cambiamento (Dfcf) e il Consiglio Militare Provvisorio. Le tensioni aumentano, così come i morti nelle piazze, ed è in questo clima di dissidi crescenti che si gioca la partita per il futuro del Sudan. Le sfide più importanti riguardano la composizione e le competenze del Consiglio sovrano. La giunta militare chiede di avere direzione del Consiglio sovrano e vorrebbe che questo fosse l’organo di governo effettivo del paese. L’opposizione chiede invece che i militari abbiano una rappresentanza minoritaria, che i poteri del Consiglio siano ridotti e che il potere dell’esecutivo sia di competenza di un governo tecnico. I mesi che seguono vedono una stagnazione dei dialoghi e un inasprimento degli scontri, una brutale repressione da parte delle forze militari provoca centinaia di morti e particolarmente attive nel soffocare le proteste di piazza sono le Rapid support forces (Forze di supporto rapido – Rsf), un’unità irregolare, assoldata dal governo di Khartoum, che durante la guerra in Darfur si è resa responsabile di inaudite violenze e crimini di guerra contro gli appartenenti alle etnie non arabe e che fa capo a Mohamed Dagalo, meglio noto come “Hemeti”, che da delfino di Bashir oggi è divenuto il vicepresidente della giunta.

Occorre attendere agosto e settembre per arrivare a un compromesso tra le parti. E’ a fine agosto infatti che Abdel Fattah al Burhan, capo del Consiglio Militare di Transizione, annuncia la nascita del Consiglio Sovrano che ha il compito di traghettare il paese verso le elezioni del 2022. Il Consiglio Sovrano è formato da un totale di 11 membri: cinque militari, cinque civili e uno indipendente, I cinque militari sono, oltre a Burhan e al suo vice Mohamed Hamdan Dagalo  “Hemedti”, Kabbashi, Yasir al Atta e Ibrahim Jabir Karim, mentre i cinque civili sono Aisha Mousa, Siddig Tower, Mohamed Elfaki Suleiman, Hassan Sheikh Idris e Taha Othman Ishaq. Raja Nicolas Abdel-Masih è invece il membro indipendente designato dalle due parti.

Gli accordi, come prevedibile non accontentano tutti, la componente femminile della protesta civile, in prima fila durante le manifestazioni, è rimasta delusa dal momento che soltanto due donne fanno parte del Consiglio Sovrano e quattro del Consiglio dei Ministri. Le rappresentanze dei movimenti di opposizione armata sono state tagliate fuori dal tavolo delle trattative inoltre il Paese, che non ha ancora risolto alcune questioni cruciali come la recessione economica e la pacificazione di tutte le regioni, ha mantenuto le stesse alleanze internazionali dei tempi di Bashir e anche in tema di politica estera, il modus operandi del nuovo governo non è cambiato rispetto a quello precedente

La domanda che ora è quindi doveroso porsi per per provare a scorgere come sarà l’avvenire sudanese è una sola: il Paese ha davvero intrapreso un percorso nuovo oppure il potere del rais è passato nelle mani dei militari che cercheranno in tutti i modi di impedire il regolare processo di sviluppo democratico? È per caso questa una partitura in chiave saheliana di una sinfonia egiziana ascoltata nel 2013?

Rispondere con certezza e provare e spingersi in vaticini geopolitici è estremamente azzardato in questo caso, però due episodi avvenuti a fine 2019 e inizio 2020 vanno presi in massima considerazione per provare a fare delle analisi su quello che sarà il futuro prossimo del Sudan.

Nel Nord Kordofan sono saltati gli accordi di pace tra i gruppi Nuba e le tribù Beni Amer e in Darfur, a cavallo del nuovo anno, sono esplosi ancora scontri tra le popolazioni di etnia africana e quelle arabe e in entrambi i casi si sono registrati morti e feriti. Le stime parlano di oltre 80 vittime nella zona di El Geneina.

Se si considera che i responsabili dei massacri in Darfur sono i Janjaweed che oggi si chiamano Rapid Supported Forces e rispondono al leader militare e dell’esecutivo Hamdan Dagalo, ecco che il timore che questi scontri non siano dovuti a improvvise tensioni etniche  ma facciano parte di un progetto più ampio del governo centrale, diviene quanto mai concreto.

Un’apparente democratizzazione della capitale e parallelamente un’emarginazione, con conseguente saccheggio e repressione, delle periferie, sembra in queste ora una strategia non tanto velata dell’ala militare del nuovo governo sudanese che, dietro a una flebile apertura politica, mira invece a completare il progetto rimasto incompiuto di Bashir: rafforzare il Sudan con il pugno di ferro depredando le periferie e supportando le popolazioni arabe nel conflitto etnico contro le genti di origine africana.

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