Solo alcuni mesi fa la quasi ventennale guerra tra talebani e Stati Uniti sembrava giunta a un punto di svolta con il raggiungimento di un accordo tra le due forze in campo. La realtà si è dimostrata ben presto meno rosea di quanto ci si aspettava. I talebani infatti non hanno rispettato il cessate il fuoco che era stato loro richiesto dall’amministrazione Trump, portando il presidente americano a dichiarare poco tempo dopo che i colloqui di pace erano saltati. Una notizia che aveva sorpreso e preoccupato, vanificando gli sforzi fatti fino a quel momento dal capo della delegazione americana. Ma, ancora una volta, la realtà si è dimostrata essere diversa dalle parole pronunciate dal capo di Stato Usa.

La ripresa dei colloqui di pace

Durante la visita alle truppe americane stanziate in Asia in occasione della festa del Ringraziamento, Donald Trump ha rilasciato una importante dichiarazione, svelando così che i colloqui con i talebani erano sul punto di riprendere e che i contatti con i combattenti non erano mai stati del tutto interrotti. Il tycoon ha voluto sottolineare come fosse stata la controparte a cercare un riavvicinamento dopo l’interruzione dei colloqui. “Vogliono raggiungere un accordo con noi, ma gli abbiamo risposto che prima e necessario che sia imposto un cessate il fuoco. Prima non volevano, ma adesso credo che siano disposti a sospendere le ostilità. Molto probabilmente andrà così”. Sono state queste le parole rivolte dal presidente Usa ai giornalisti e confermate 24 ore dopo dagli stessi talebani. Secondo quanto dichiarato dal loro portavoce, dopo due mesi di sospensione i contatti tra le due parti sono ripresi a Doha, in Qatar.

La sospensione dei negoziati

Proprio gli attacchi suicidi che avevano continuato a causare morti e feriti in Afghanistan durante lo svolgimento dei colloqui di pace erano stati il motivo che aveva portato il presidente Trump a dichiarare falliti i negoziati: l’obiettivo era costringere i talebani a raggiungere un cessate il fuoco e a rispettare quindi la volontà americana. La sospensione delle ostilità era infatti una delle principali richieste avanzate dagli Stati Uniti perché si potesse giungere a una pace nel Paese asiatico. In cambio, gli studenti avevano preteso il ritiro totale delle truppe americane dal suolo afghano. Attualmente 13 mila soldati statunitensi sono ancora stanziati nel territorio afghano e non si hanno informazioni sul loro rientro in patria da quando, a settembre, il presidente Usa aveva annunciato la sospensione dei colloqui. Resta altrettanto incerta la reale volontà dei talebani di interrompere le violenze nel Paese, anche a causa delle differenti correnti che coesistono tra gli studenti.

Secondo diversi analisti e molto più probabile che si giunga a una serie di compromessi per rendere più sicura la situazione nel Paese, ma la strada da percorrere per giungere alla pacificazione dell’Afghanistan è ancora lunga. Uno dei punti principali tuttora da risolvere riguarda i rapporti – inesistenti –  tra i talebani e il governo guidato dal premier Ghani. I primi continuano a rifiutare di parlare con le autorità riconosciute a livello internazionale, reputando l’esecutivo un mero strumento nelle mani degli Stati Uniti. Tuttavia, nella prima bozza di accordo era previsto l’avvio di colloqui tra talebani e governo dopo l’inizio delle operazioni di rimpatrio dei militari americani e su questo punto l’amministrazione americana non è intenzionata a cedere. Ad oggi i colloqui tra talebani e Usa sono ripresi in maniera informale e ci si aspetta che ben presto le due parti tornino a sedersi al tavolo dei negoziati per firmare un accordo definitivo, ma la situazione resta incerta e la pace sembra ancora ben lontana dall’essere raggiunta.

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