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L’ultima notizia che riguarda il fronte estremo orientale la fornisce il South China Morning Post: solo questa settimana gli aerei spia americani, nella fattispecie E-8C Joint Stars, hanno effettuato tre voli di pattugliamento lungo il confine orientale cinese, in quel tratto di mare che va dal Mar Giallo sino al Mar Cinese Meridionale.

L’E-8C dell’Us Air Force, è un aereo equipaggiato con radar, sistemi di comunicazione, comando e controllo, che viene impiegato anche per effettuare missioni di sorveglianza. L’ultima crociera di questo tipo, effettuata venerdì, ha portato il velivolo vicino alle coste cinesi, per l’esattezza a 72 miglia nautiche al largo della costa della provincia di Guangdong, come riferito anche dal South China Sea Strategic Situation Probing Initiative, un think tank che ha sede presso l’università di Pechino.

Il volo, come detto, è stato il terzo questa settimana e gli analisti cinesi del Scspi hanno affermato che l’aereo stava probabilmente monitorando il dispiegamento e il movimento delle truppe cinesi lungo la costa.

Il think tank ha inoltre affermato che un aereo Aew (Airborne Early Warning) E-3 Sentry dell’Usaf è stato individuato nel Mar Cinese Meridionale sempre negli stessi giorni.

I cieli di quel settore di Estremo Oriente sono stati parecchio affollati in questi ultimi mesi: lo scorso fine settimana, ad esempio si è assistito ad un via vai di aerei spia RC-135 da e per Kadena, la base americana nell’isola giapponese di Okinawa. Sabato un RC-135U Combat Sent è decollato per una missione nel Mar del Giappone, mentre domenica un RC-135S Cobra Ball è arrivato da Offutt, in Nebraska.

Per tutta risposta la Cina ha schierato sull’aeroporto dell’isola di Woody, nelle Paracelso, caccia J-11B, la versione autoctona (e copiata) del Sukhoi Su-27 russo. Woody Island, sebbene di fatto occupata dalla Cina, è anche rivendicata da Taiwan e Vietnam, ed è una delle molte isole della zona che sono oggetto di una diatriba internazionale riguardante la loro sovranità. La Cina ha rinforzato le infrastrutture militari nelle isole nel corso degli ultimi anni, sebbene Pechino abbia sempre sostenuto di non volerle “militarizzare” mantenendole esclusivamente aperte all’uso civile, e in precedenza vi ha già schierato caccia e bombardieri.

Cieli trafficati, anzi, intasati di aerei spia, bombardieri e caccia, ma anche i mari sono diventati crocevia di manovre ed esercitazioni con cadenza quasi quotidiana.

Per la seconda volta in pochissimo tempo nelle acque del Mar Cinese Meridionale incroceranno due portaerei americane. La Uss Ronald Reagan (Cvn-76), infatti, di ritorno dalla zona di operazioni della Quinta Flotta, si unirà alla Uss Nimitz (Cvn-68) per “mantenere la prontezza e competenza operative conducendo esercitazioni tattiche di difesa aerea”.

Le due unità con i rispettivi Csg (Carrier Strike Group) si sono unite in addestramento ancora pochi giorni fa: Nimitz e Reagan hanno infatti festeggiato il 4 luglio, festa nazionale, in quelle acque contese per “sostenere il costante impegno degli Stati Uniti in difesa del diritto di tutte le nazioni di volare, navigare e operare laddove il diritto internazionale lo consenta”.

Ancora prima, a giugno, abbiamo assistito alla presenza di ben tre unità di questo tipo nel settore del Pacifico Occidentale, quando era presenta anche la Uss Theodore Roosevelt (Cvn-71) che ha affiancato la Nimitz in attività di addestramento nella parte sud del Mar Cinese Meridionale.

Il dispiegamento dei cacciabombardieri cinesi alle Paracelso va letto proprio nell’ottica del potenziamento del dispositivo di sicurezza cinese intorno alle isole in concomitanza con il ritorno in quelle acque delle due portaerei americane.

Del resto Pechino non nasconde affatto la sua irritazione per il dispiegamento di forze americano: lo scorso 10 luglio il ministro della Difesa cinese ha affermato che gli Stati Uniti stanno mettendo in pratica una politica di “egemonia della navigazione” attraverso i ripetuti schieramenti di navi da guerra nella regione e descritto Washington come il più grande fautore della militarizzazione delle vie di navigazione strategiche. Alle parole del ministro hanno fatto eco quelle del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che mercoledì ha detto in una conferenza stampa che gli Stati Uniti stanno minando la pace e la stabilità di quell’area contesa e che intendono “inserire un cuneo” tra i Paesi della regione.

Gli effetti di questo “cuneo” si possono vedere nella presa di posizione di Filippine e Indonesia a seguito delle dichiarazioni del Segretario di Stato Pompeo, che il 14 luglio ha affermato che le pretese cinesi sul Mar Cinese Meridionale sono “del tutto illegali”.

Le Filippine, tramite il ministro della Difesa, Delfin Lorenzana, hanno espresso parere favorevole in merito alle dichiarazioni di Pompeo: secondo Manila, esse riflettono le aspettative della comunità delle nazioni, che chiede il rispetto delle leggi internazionali nelle dispute su quelle acque contese. L’Indonesia è apparsa più cauta ma fondamentalmente sembra aver fatto una scelta di campo: il ministero degli Esteri di Jakarta ha affermato che il “sostegno di qualsiasi Paese ai nostri diritti nel Mare di Natuna è un fatto normale” pur sottolineando che l’Indonesia non è parte in causa nelle contese sul Mar Cinese meridionale.

Stiamo forse arrivando agli sgoccioli del periodo di temporeggiamento delle nazioni dell’Asean nella questione di quelle acque contese ma non solo: i ritmi da Guerra Fredda imposti da Cina e Stati Uniti, che oggettivamente non piacciono a parecchi Paesi di quel settore di globo, impongono una scelta di campo. Alcuni sembrano già averla fatta, come le Filippine, l’Indonesia ma anche il Vietnam, hanno dimostrato, altri, come la Cambogia e la Thailandia, sembrano invece tentennare dimostrandosi però sedotti dalla capacità economica cinese e dal fatto che sia una potenza regionale molto vicina, mentre Washington è lontana.

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