Secondo le fonti militari russe, gli Stati Uniti hanno creato circa 20 basi militari in Siria, in particolare a nord, nel territorio controllato dai curdi. Lo riporta l’agenzia anglo-canadese Reuters. Secondo quanto riferito all’agenzia Ria Novosti da Alexander Venediktov, assistente del segretario del Consiglio di sicurezza Nikolai Patrushev, “il ritorno della pace e della stabilità in Siria è ostacolato dalla continua interferenza esterna nella crisi. Per esempio, sul territorio controllato dalle Unità di difesa popolare del Kurdistan, sono state create una ventina di basi militari americane”. Secondo il funzionario della Difesa russo, questa presenza militare americana, unita al sostegno alle milizie con i più moderni sistemi militari, ha di fatto reso il nord della Siria una roccaforte dei ribelli, facendo sì che per Damasco sia difficile riconquistare la sovranità sul tutta la regione senza scontrarsi con le forze armate dagli Stati Uniti.

Le accuse della Difesa russa non sono nuove. Da sempre i curdi delle milizie Ypg rappresentano un pilastro della strategia americana in Siria. Il Pentagono non ha mai voluto rendere la Siria un teatro di guerra come lo fu l’Iraq durante l’ultima invasione. Per questo motivo, scartata l’opzione “boots on the ground”, le forze popolari curde sono state da subito individuate come coloro che avrebbero sostituito i soldati statunitensi nella tutela degli interessi di Washington. In particolare sia nella resistenza allo Stato islamico sia, soprattutto, nel contenimento alle forze siriane e dei suoi alleati.

Ma sono accuse che arrivano in un particolare momento, e cioè in una fase estremamente complessa della questione siriana, dove gli attori internazionali stanno in qualche modo cambiando la prospettiva della guerra, trasformandola da “proxy war”, cioè una “guerra per procura”, a un vero e proprio conflitto internazionale. Israele bombarda i siriani e accusa l’Iran di costruire basi in Siria, la Turchia attacca i curdi e spara alle milizie siriane, la Russia continua a colpire i terroristi e accusa gli Usa di essere in Rojava, mentre l’Iran continua a costruire insieme a Hezbollah il corridoio sciita da Teheran al Mediterraneo. Insomma, non è più una guerra per procura, se non per alcune grandi potenze. Altre potenze ormai si confrontano direttamente e hanno trasformato la Siria in un insieme di guerre che insieme compongono il quadro di una tragedia umanitaria senza precedenti.

Proprio per questo motivo, è ancora più interessante pesare queste accuse russe nei confronti degli Stati Uniti dal momento che arrivano quasi contemporaneamente alle accuse da parte israeliana secondo cui l’Iran starebbe costruendo una base operativa in Siria, vicino a Damasco. Questa volta, la base sarebbe a circa tredici chilometri a nord di Damasco, mentre quella che ha dato il via al bombardamento israeliano di dicembre era a circa venti chilometri a sud. Ma l’obiettivo era sempre lo stesso: la base si riteneva centro operativo delle forze al Quds dei guardiani della Rivoluzione. Con una differenza non di poco conto rispetto alle basi Usa: l’Iran è alleato della Siria e autorizzato a far entrare le sue forze sul territorio.

Le affermazione di Mosca sulle 20 basi americane in Siria in territorio curdo, dimostrano alcuni dati interessanti. Il primo, che gli Stati Uniti non intendono affatto ritirarsi dal territorio siriano, come confermato da più parti. Anzi, il fatto che ci siano decine di avamposti, indica la volontà americana non solo di rimanere in Siria ma di monitorare qualsiasi tipo di eventuale processo di pace. E proprio sotto questo profilo, va ricordato che, secondo Al Masdar, il Pentagono avrebbe appena inviato 600 nuovi soldati nella base di al Tanf.

In secondo luogo, una tale presenza conferma che quella regione sia sostanzialmente il motivo dell’intervento militare statunitense nel conflitto, e cioè quello di spezzare il fondamentale corridoio tra l’Iran e i suoi alleati mediorientali. Infine, il sostegno ai curdi adesso diventa essenziale come moneta di scambio. Con l’avanzata turca ad Afrin e nei villaggi vicino contro le milizie Ypg, gli Usa hanno in mano una grande pedina di scambio con Erdogan per riavvicinarlo alla Nato, ma anche un modo per minacciarlo: il loro sostegno ai curdi cambia radicalmente la posizione turca nei confronti della Russia (e di Assad) e degli “alleati” occidentali. 

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