I russi hanno avuto un risveglio atipico il 22 settembre, perché per la prima volta nella loro storia postsovietica, e per la terza dal Novecento – unici precedenti i due conflitti mondiali –, si sono scoperti in guerra. Una guerra aperta, dichiarata, al cui obbligo non possono sottrarsi a causa della mobilitazione parziale dichiarata dalla presidenza e delle dure leggi a guardia di diserzioni e magheggi per evitare la coscrizione.

Con l’entrata ufficiale dell’intero paese in guerra, contro l’Ucraina e il suo sponsor – il blocco occidentale –, giungono al capolinea la farsa dell’operazione militare speciale e la Pax putiniana che, per ventidue anni, aveva permesso ai russi di vivere da free rider. Beneficiari in termini economici e di sicurezza dell’assertiva politica estera del Cremlino, alla quale però non partecipavano e che osservavano, anzi, con un certo distacco.

La Pax putiniana, il contratto sociale post-eltsiniano siglato tra Vladimir Putin e la società nel 2000, è venuta meno con l’annuncio della mobilitazione parziale. Che implicherà una trasfigurazione del sistema economico a supporto dello sforzo bellico e, soprattutto, l’ingresso della guerra nelle case dei russi. Non più come un sentito dire nei talk show, ma come lettera di richiamo al servizio. Una differenza di sostanza, oltre che di forma, che alza la posta in palio del conflitto – sottoponendo l’Ucraina (e l’Occidente) a maggiori pressioni – e che, allo stesso tempo, rischia di aggravare le tensioni sociali in lungo e in largo la Federazione.

Né sopravvalutare né sottovalutare

Le immagini che vorrebbero testimoniare le code chilometriche a ridosso delle frontiere con l’estero, in special modo Finlandia e Georgia, l’impennata di acquisti di biglietti aerei verso destinazioni senza visto e la serata di proteste dei pacifisti del 21 settembre, terminata con più di 1.300 arresti, sono indicative ed eloquenti del clima di paura e tensione che ha pervaso la Russia.

Nella sola Finlandia, al centro di un moto (e)migratorio dall’inizio della guerra, le autorità di confine hanno registrato l’entrata di oltre 4800 russi nel corso della giornata di mercoledì. Pochi, si direbbe a prima vista, eppure tanti. Più di quanti avessero attraversato il confine finlandese nei sette giorni precedenti, cioè all’incirca 3100. Una fuga dalla Russia alla luce del Sole.

Necessario è, però, fare alcune puntualizzazioni. Le letture catastrofistiche e disfattistiche lasciano il tempo che trovano, che è un tempo privo di memoria e astruso, perché la storia insegna che piazze in agitazione e fughe all’estero sono fenomeni tipici di ogni paese che entra in guerra. Oggi è il turno della Russia, come ieri lo è stato dell’Ucraina – testimone di una (dimenticata) emorragia umana all’indomani della proclamazione della mobilitazione generale – e l’altroieri lo è stato degli Stati Uniti – casa di proteste partecipate da milioni di persone durante le guerre in Vietnam e in Iraq. Fisiologia della guerra, non per forza produttrice di effetti politicamente rilevanti.

Non sopravvalutare. Perché dalla Russia, numeri alla mano, sta principalmente emigrando via aereo l’élite del ceto medio-alto e di estrazione liberal-borghese – i cui facoltosi membri possono permettersi di pagare fino a 10000 dollari per un biglietto di sola andata verso Doha o Dubai – e, secondariamente e via terra, una piccola marea di cervelli, giovani e famiglie ordinarie.

Non sottovalutare. Il fenomeno di resistenza alla mobilitazione è ai primordi e, per quanto caratteristico di ogni paese ed epoca storica, potrebbe avere dei riverberi politicalmente rilevanti nel prossimo futuro. Un po’ perché la Pax putiniana è venuta meno, e ciò obbligherà la società a riflettere sul proprio ruolo e sui propri desideri – passivo adattamento o richiesta di cambiamento –, e un po’ perché, a differenza del passato, la reticenza è trasversale, accomunando slavi e minoranze, giovani e adulti. La stabilità sociale della Russia appesa a un filo chiamato guerra in Ucraina.

I “russi europei” non ci stanno

Uno dei varchi di frontiera più affollati in queste ore è quello di Torfyanovka, dove ci sono posti di blocco dietro i quali vi è la cittadina finlandese di Vaalima. Una circostanza probabilmente non casuale. Si tratta infatti del confine più vicino a San Pietroburgo, culla di Vladimir Putin da un lato ma, dall’altro lato, anche città forse più “europea” della Russia. Che è quindi, assieme a Mosca, il vero epicentro dell’insofferenza russa sulla mobilitazione.

Nell’antica capitale e nelle regioni limitrofe non si ha molta voglia di andare a combattere. Secondo gli ultimi sondaggi, infatti, in tutta la Russia solo il 3% sarebbe pronto a imbracciare le armi prima della mobilitazione, nonostante un generale supporto all’operazione in Ucraina. In sondaggi nella Federazione rispecchiano soprattutto l’andamento nell’opinione pubblica dell’ovest del Paese, quella per l’appunto più europea. Da San Pietroburgo quindi si scappa, così come da una Mosca in cui gli aeroporti stanno registrando un’impennata di partenze verso le poche città straniere ancora raggiungibili.

L’insofferenza è manifestata anche tramite plateali proteste di piazza. Tra i manifestanti si notano, soprattutto, i giovani. Loro, specie chi è nato dopo il 1991, di retoriche patriottiche difficilmente ne vogliono sentir parlare. Sono cresciuti in una società basata su standard europei ed occidentali e l’idea di una mobilitazione per affrontare una guerra semplicemente non rientra nei loro canoni.

Il rischio di uno scontro tra più “Russie”

La guerra quindi è vista in modo diverso a seconda della parte di opinione pubblica presa in considerazione. Il rischio è questi diversi punti di vista possano creare, in un futuro non così lontano, profonde fratture in seno alla composita società russa. Anche perché le distanze non riguardano soltanto quelle geografiche. Lo scontro, cioè, non è soltanto tra una Russia europea e una orientale. Al contrario, ci sono divergenze all’interno di ciascuna di queste aree. Nelle grandi metropoli, ad esempio, come nella già menzionata San Pietroburgo, la cittadinanza è molto lontana dall’idea di una mobilitazione. Spostandosi nelle aree rurali, anche al di qua degli Urali, la posizione cambia. Per “Russia profonda” non si intende, infatti, solo quella distante geograficamente dall’Europa, bensì anche quella concentrata nelle vaste campagne non così lontane dalle aree urbane.

Ma forse il vero scontro tutto interno alle “Russie” è quello intergenerazionale. Perché, a prescindere dalle aree prese in considerazione, il vero filo comune alla fine riguarda il fatto che i più giovani non vogliono combattere mentre tra i più anziani la retorica del Cremlino fa maggior breccia. A prescindere da come andrà in Ucraina, la Russia del futuro dovrà interrogarsi sull’intreccio di più visioni e divisioni sia geografiche che politiche e, in ultima istanza, generazionali.

Il racconto da Mosca

Abbiamo raggiunto alcuni russi, di diverse fasce di età, appartenenti a categorie economiche differenti e residenti sia nella Russia europea sia nella Russia asiatica, per avere un’idea, un resoconto, di quello che sta accadendo. Senza filtri.

Aset, un classe 2000 che vive a Mosca per ragioni di studio, conferma come nella capitale stiano avendo luogo “proteste contro la mobilitazione” da parte di “gente di ogni età”. Non sono “realmente massicce”, ma ciò non significa, secondo lui, che la reticenza sia bassa: “gli studenti hanno paura, che si tratti di andare al fronte o che si tratti semplicemente di scendere in strada” e “molti”, invece, “preferiscono fuggire dal paese”. E fuggono ovunque, non soltanto in Finlandia, Georgia e Turchia, perché, ci fa notare, anche “i biglietti Mosca-Astana sono esauriti”.

Il malcontento delle periferie

La situazione non sembra molto diversa tra la gioventù delle periferie dimenticate, e di cui il Cremlino si è ricordato in tempi di guerra, come Krasnojarsk e Buriazia. A Krasnojarsk, Siberia centrale, abbiamo parlato con Irina, anche lei studentessa, che ci ha raccontato come anche nei villaggi, oramai, si sappia della guerra. Un po’ perché “i social media raggiungono” anche gli oblast’ più remoti, un po’ perché ci sono regioni, come Buriazia e Daghestan, “dove ogni persona può dire di avere un fratello, un padre o un amico partito per l’Ucraina”.

Secondo Irina, “chi voleva arruolarsi per denaro lo ha già fatto”. E le proteste odierne, estese da parte a parte della Federazione, sarebbero la manifestazione esplicita e visibile “di quelle persone che non vogliono essere arruolate” o di donne “che non vogliono che i loro uomini partano”. Ma a protestare, ci spiega ancora Irina, ci sono anche e soprattutto i gruppi etnici minoritari, che stanno denunciando a gran voce, e in maniera crescente, “la pulizia [etnica] delle minoranze”.

Testimonianze dalla Buriazia

È con dei contatti che abbiamo in Buriazia, però, che abbiamo avuto le conversazioni più illuminanti. E il perché di questa geofocalizzazione è abbastanza chiaro: la capitale della repubblica, Ulan-Ude, è tra gli epicentri dei sit-in e delle proteste anti-mobilitazione. Anche se poco, si scende in strada. Quel poco che basta, comunque, a scatenare la reazione delle forze dell’ordine. Qui, ci racconta Bair, “molte persone si stanno dirigendo verso la Mongolia” nella speranza di scappare dalla mobilitazione. E il sentimento prevalente sarebbe la “paura”: “Molti non sanno cosa fare e non pensano che rimanere in Russia sia sicuro”.

Per Valerij, “al di là della distanza tra una città qualunque della Russia e l’Ucraina, tutti sono a conoscenza della guerra ed è difficile, per una persona ordinaria, distinguere tra notizie vere e false sulla guerra”. Perché, ad esempio, “sareste sorpresi dalla quantità di propaganda presente in televisione”. E, chiaramente, “coloro che la utilizzano come principale fonte di informazione, credono fermamente che Putin stia aiutando gli ucraini a combattere i neonazisti”. Con due conseguenze: genuina adesione alla narrativa del Cremlino e impulso all’arruolamento, perché “molte persone supportano veramente la guerra e credono che se non combattiamo in Ucraina oggi, l’Ucraina ci attaccherà in futuro”.

Sempre Valerij ci racconta che “siccome la Buriazia non ha molto da offrire in termini di prospettive di lavoro per i giovani, un numero crescente di loro sceglie di diventare un soldato perché la paga è molto migliore rispetto a quella di un lavoro normale”. Il loro identikit, secondo il giovane, è grosso modo questo: poco più che maggiorenni, origini rurali, residenti a Ulan-Ude ma provenienti dalle campagne.

Natalia, un’altra giovane buriata che abbiamo intervistato, ci dice che “non è facile sapere quante persone supportino la guerra e quante no”. Ma, “generalmente parlando”, lei crede “che la gente la sostenga”. Della sua repubblica, “è nella top-tre in termini di [soldati] morti al fronte”. E la cosa non la stupisce: “al governo non importa dei gruppi etnici minoritari, come i buriati, e gli fosse possibile manderebbero noi in prima linea e soltanto dopo gli abitanti della Russia europea”.

E fuggire non è (sempre) possibile, come ci ricorda sempre Natalia. Perché non soltanto “molta gente non ha abbastanza risparmi per fare i bagagli e andarsene”, situazione riguardante “i due terzi dei russi”, ma “soltanto il 30% dei russi ha un passaporto”. Il che “limita notevolmente l’elenco dei paesi in cui si può fuggire, tra i quali Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Mongolia e Bielorussia”. Per quanto riguarda il suo circolo di amicizie, come ci è stato del resto già raccontato da Bair, conosce “persone che stanno cercando di vendere le loro proprietà con l’obiettivo di andare in Mongolia”.

Sull’esistenza o meno di un divario intergenerazionale, Natalia e Tuyana, una buriata operante nel mondo dell’arte, hanno opinioni differenti. Natalia è dell’idea che esiste, che la sua famiglia ne è la prova: “nessuno dei miei cugini supporta la guerra, dicono che sia senza senso, ma i parenti più anziani la sostengono e sembra impossibile cambiare il loro punto di vista, così che si cerca di non aprire l’argomento a tavola”.

Tuyana, invece, ha voluto metterci in guardia dalle descrizioni stereotipate delle proteste: vero è che si protesta, ma il quadro è più complesso delle apparenze. Non sarebbe totalmente aderente alla realtà, nello specifico, l’immagine di una Russia “spaccata tra gioventù e tutti gli altri”. Per lei, il divario intergenerazionale sarebbe tipico di molte regioni, ma non di tutte, e influenzato da due fattori: “contesto familiare” ed “etnia”. Nelle regioni dove il familismo è forte, il divario è più flebile, meno presente, con giovani e adulti sostanzialmente allineati sulle medesime posizioni. E nelle regioni multietniche, specie dell’Estremo Oriente, “la popolazione slava supporta la guerra più delle minoranze”.

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