L’Ucraina è il dito, la transizione multipolare è la Luna. Il cambio di regime in Ucraina è uno specchietto per le allodole, la riscrittura del sistema della sicurezza europeo è l’obiettivo. Questa guerra non è qualcosa di a sé stante, il cui scoppio è avvenuto improvvisamente e nottetempo, ma costituisce un capitolo-chiave della nuova guerra fredda. Un capitolo in cui si scontrano gli interessi e i cammini di Russia e Stati Uniti, che vede l’Unione Europea in paralisi e l’Impero celeste sull’attenti, e che, peraltro, è l’ultima appendice delle nuove guerre russo-turche.

Kiev, culla della Russia e sogno della Turchia

Ucraina, vena scoperta del Vecchio Continente e linea di faglia intercivilizzazionale dalla notte dei tempi, non è che qui che sarebbe potuta scoppiare la più grave crisi tra Occidente e Oriente del dopo-guerra fredda. E qui, difatti, è scoppiata.

Voluta da tutti, dai polacchi ai mongoli, l’Ucraina è un luogo che, al di là di apparenze e stereotipi, possiede una storia complessa e un’identità pluralistica. Per i russi è una delle culle della civiltà slavo-ortodossa, in quanto patria della più antica organizzazione statale degli slavi orientali – la Rus’ di Kiev. Per i polacchi è la figliol prodiga della loro più importante costituzione imperiale: la Repubblica delle due nazioni. Per gli statunitensi, ultimi arrivati, è il “pivot geopolitico” dell’Eurasia – il nodo determinante dalla cui egemonizzazione dipendono la vassallizzazione dell’Europa e il respingimento della Russia a est, la sua trasformazione in un impero asiatico.

Ma l’Ucraina ha rivestito e riveste un ruolo-chiave, tanto politicamente quanto storicamente, anche per un’altra potenza: la Turchia. Prolungamento del mondo turcico (türk dünyası) sin dall’invasione mongola del 1223, l’Ucraina è stata la trincea delle guerre russo-turche dai tempi della battaglia di Kalka e ha plasmato per secoli l’immaginario collettivo degli abitanti della Sublime Porta, avendo loro regalato Roxelana e il mito della piccola Tataria.

Non deve sorprendere, alla luce della storia, che la Turchia abbia intravisto in Euromaidan l’opportunità di rimettere piede in un antico dominio, popolarmente noto come Hanshchyna, e che ivi abbia scommesso e investito in maniera significativa, in particolare durante la presidenza Zelenskij, estendendo i propri tentacoli in una varietà di settori: dall’industria al commercio, passando per sicurezza regionale, difesa e affari religiosi.

Resa dei conti?

L’avanzata delle forze armate ucraine nel Donbass del 2021 non sarebbe stata possibile senza l’impiego dei micidiali giannizzeri dei cieli, i droni Bayraktar TB2. E la trasformazione della minoranza tatara in una colonna portante dell’ordine post-Euromaidan, con tanto di battaglioni di combattenti volontari attivi tra Donetsk e Lugansk, non sarebbe avvenuta tanto fulmineamente senza l’intermediazione anatolica.

Il Cremlino non ha mai nascosto di provare una forta sensazione di fastidio, talvolta sfociante nell’aperta animosità, per l’agenda turca in Ucraina. Perché Recep Tayyip Erdoğan è stato ed è tra i capifila del movimento contro il riconoscimento della sovranità russa sulla penisola crimeana. È stato ed è tra i principali finanziatori dell’economia ucraina – 7 miliardi di dollari di interscambio commerciale complessivo nel 2021, in aumento rispetto ai 4 miliardi del 2019. Ed è stato tra i principali fornitori di armamenti delle forze armate ucraine, alla cui riorganizzazione ha peraltro contribuito la Turchia.

Tanto è divenuto solido il legame tra Ucraina e Turchia durante l’era Zelenskij, che, il capo del Marinskij, nell’agosto 2020, aveva inaugurato i lavori per l’adesione del Paese al Consiglio turco in qualità di membro osservatore. Un legame solido, sì, ma che andrebbe incontro ad un’inevitabile fine qualora la Federazione russa riuscisse a satellizzare nuovamente l’Ucraina.

Tre indizi fanno una prova

Gli indizi che l’attacco di Mosca a Kiev sia da inquadrare anche nel contesto delle nuove guerre russo-turche non mancano: sono almeno tre, ma altri potrebbero aggiungersi data la situazione in continua evoluzione. E siccome, secondo Agatha Christie, un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova, la questione è meritevole di approfondimento.

Il primo indizio è rappresentato dal fatto che trattasi della seconda volta in due mesi che vede la Russia inviare i propri soldati in un teatro conteso con la Turchia: a inizio anno era stato il Kazakistan. Messa così, chiaramente, non può che apparire come una forzatura basata sull’attrattezza, ma il quadro è incompleto. Perché in Turchia, curiosamente, l’intervento lampo in Kazakistan, avvenuto a mezzo dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, era stato accolto molto freddamente e interpretato da taluni come un monito, un messaggio subliminale indirizzato al Consiglio turco.

Il secondo indizio è il bombardamento di un mercantile turco al largo di Odessa, eloquentemente accaduto a poche ore dallo scoppio della guerra. Un bombardamento simbolico, in quanto terminato senza feriti né morti, e che, perlomeno nell’immediatezza, ha sortito l’effetto desiderato: ridurre sensibilmente l’esposizione turca nel conflitto.

Il terzo indizio, che al momento è anche l’ultimo, è costituito dall’arrivo in Ucraina di un piccolo esercito di ceceni – composto tra i diecimila e i dodici combattenti – sotto il comando di Ramzan Kadyrov, fedelissimo di Putin e nemico giurato di Erdoğan. Non è dato sapere quali siano i reali motivi dell’intervento ceceno in Ucraina, ma una cosa è più che certa: l’utilizzazione di questa manovalanza contro gli ucraini avrebbe un impatto negativo sull’appoggio dell’opinione pubblica alla guerra – che è già debole, come dimostrato dalle proteste pacifiste esplose a macchia d’olio in tutta la Federazione –, perciò è possibile che le sia stato delegato il compito di regolare i conti con gli agenti turchi in loco, ovvero islamisti e jihadisti, in cambio della carta bianca nella caccia dei dissidenti antikadyroviani.

Dell’alleanza profana tra l’Ucraina post-Euromaidan e l’Islam radicale si è scritto poco, ma questo non significa che trattasi di un fenomeno ininfluente e di poco conto. Due battaglioni di islamisti ceceni combattono nel Donbass contro i separatisti filorussi dal 2014. Elementi jihadisti sono stati catturati dal Fsb con l’accusa di aver lavorato per i servizi segreti ucraini. E gli islamisti di Hizb al-Tahrir, un’organizzazione legale in alcuni Paesi ma bandita in altri – Russia inclusa –, hanno fatto dell’Ucraina un maxi-campo di reclutamento, evangelizzando al loro verbo integralista i tatari.



Che fine hanno fatti questi guerriglieri e questi islamisti, di cui è noto il coinvolgimento in sabotaggi ad infrastrutture critiche, è accertata la presenza nel Donbass ed è vociferato, in altri casi comprovato, il legame con l’internazionale jihadista? Non si sente parlare di loro, perché lontani dai riflettori, ma esistono, sono tanti – migliaia – ed è a loro che il Cremlino, via Kadyrov, potrebbe ora voler dare la caccia.

La visione di Putin contro il piano di Biden

Le garanzie sulla sicurezza avanzate dal Cremlino all’Alleanza Atlantica nei mesi scorsi, che avevano una forma irricevibile ma una sostanza comprensibile – per chi aveva orecchie per intendere –, erano state concepite allo scopo di aprire un tavolo negoziale: partire da 100, nella consapevolezza che dall’altra parte veniva offerto 0, per arrivare a un vantaggioso 50.

La concentrazione di truppe ai bordi dell’Ucraina era un mezzo per un fine: una leva di pressione utilizzata dal Cremlino nella speranza-aspettativa di impressionare, o meglio intimidire, la Comunità euroatlantica e persuaderla ad avviare qualcosa di atteso da (molto) tempo, ovverosia i lavori di una nuova Jalta. Rimodulare la conformazione e le finalità dell’architettura difensivo-offensiva euroatlantica, riducendone il potenziale di penetrazione strategica nel cuore della Russia europea. Lavorare ad un divide et impera mutualmente benefico, in quanto incardinato sui principi della non interferenza e delle sfere di influenza. Creare, se possibile, un meccanismo di concertazione modellato su Vienna 1815.

Negli Stati Uniti, dove il partito della diplomazia triangolare – aprire alla Russia per isolare la Repubblica Popolare Cinese – non è, però, mai riuscito a farsi largo nelle stanze dei bottoni, e questo è il motivo per cui l’intensa sessione negoziale ha avuto un esito infelice. Ha prevalso la visione del partito che regna dall’era Obama, il partito del “doppio contenimento“, intuendo i potenziali contraccolpi derivanti da quell’arma a doppio taglio che è la diplomazia delle cannoniere. Ritirare quella ciclopica forza potenziale senza aver ottenuto nulla, neanche un barlume di bozza, era semplicemente divenuto impossibile – il punto di non ritorno era stato inevitabilmente superato – e avrebbe rappresentato una fragorosa sconfitta per Putin a vari livelli: contrattualità, credibilità, immagine.

Ed è così, tra netti rifiuti, ambigui nì e porte chiuse agli aspiranti pontieri – in primis Emmanuel Macron –, che l’amministrazione Biden ha fatto cadere Putin nel machiavellico tranello: rendere inevitabile l’evitabile, trasformare l’opzione più remota nell’unica percorribile. Vincere senza combattere. Prendere due piccioni con una fava: l’Unione Europea, facendole dimenticare autonomia strategica e distensione, e la Russia, trascinata in una guerra fratricida ricca di insidie.

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