Il futuro della Siria parte anche dalla sua ricostruzione. E la Russia adesso cerca di trovare un accordo con gli Stati Uniti per arruolare anche Washington nel difficile, impegnativo, ma fondamentale lavoro di ricostruzione fisica di un Paese distrutto da ani di guerra.

Secondo il memorandum delle autorità statunitensi cui ha avuto accesso Reuters , la Russia ha usato un canale di comunicazione militare riservato per proporre una cooperazione fra Mosca e Washington sul futuro della Siria. Stando a quanto riferito dal governo americano, “la proposta è stata inviata in una lettera del 19 luglio da Valery Gerasimov, Capo di stato maggiore dell’esercito russo, al generale degli Stati Uniti Joseph Dunford, capo degli stati maggiori congiunti.

La proposta russa

La proposta russa parte da una constatazione: il governo di Bashar al Assad non possiede le capacità economiche, tecniche e umane per far ripartire il Paese. Migliaia di morti, milioni di sfollati e intere città distrutte sono Damasco un baratro da cui non può riuscire a riprendersi in tempi brevi con le sole proprie forze. Non per incapacità del popolo siriano, è ovvio, ma perché la guerra è stata e continua a essere una catastrofe di proporzioni bibliche.

Il conflitto siriano ha visto la morte di circa mezzo milione di persone e ha provocato la fuga di più di 5 milioni e mezzo di persone fuori dalla Siria. Altri 6,6 milioni di persone sono invece sfollate all’interno del Paese. E per la Banca Mondiale, la ricostruzione richiederebbe almeno 250 miliardi di dollari.

Secondo il memorandum redatto dal governo americano come risposta a quanto richiesto da Mosca, “la proposta sostiene che il regime siriano non disponga dell’attrezzatura, del carburante, di altro materiale e dei fondi necessari per ricostruire il Paese al fine di accettare i profughi”.

La lettera inviata da Gerasimov a Dunford proponeva anche che Stati Uniti, Russia e Giordania riutilizzino una centrale di comando progettata per monitorare l’accordo di cessate il fuoco del 2017 “per formare un comitato congiunto che attui il piano di ricostruzione e di rientro dei rifugiati”.

Il gelo di Washington

Da parte degli Stati uniti, non c’è stata un’accoglienza positiva alla proposta russa. E il motivo è chiaramente politico. Il Cremlino ha un’idea molto diversa da quella americana sul futuro siriano. E con questa proposta di collaborazione, gli Stati Uniti si sentono “costretti” a partecipare alla ricostruzione di un Paese sotto un governo nemico e dopo aver assistito al crollo delle loro aspettative per quanto riguarda il conflitto.

Come spiega Reuters, “la proposta illustra come la Russia, dopo aver contribuito a ribaltare le sorti della guerra in favore del presidente Bashar al-Assad, stia ora premendo su Washington e sugli altri per aiutare la ricostruzione delle aree sotto il suo controllo. Un tale sforzo probabilmente rafforzerebbe ulteriormente la presa di potere di Assad“.

Per gli Stati Uniti, che dal 2011 sostengono la caduta del governo e che, con l’intervento di Iran e Russia, hanno visto fallire i loro piani, chiaramente si tratta di una sconfitta politica, mediatica, ma sopratutto strategica. E c’è anche da considerare un altro fattore: l’arrivo di questa proposta dopo il vertice di Helsinki fra Donald Trump e Vladimir Putin. Molti, a Washington, temono che Mosca possa trasformarla in un risultato dell’incontro e descriverla come una vittoria politica.

E adesso, stanno cercando di rimediare a questa sconfitta tracciando linee precise sul fronte ricostruzione. La possibilità di collaborazione, secondo il Pentagono, è possibile solo di fronte a garanzie precise per una road-map che preveda elezioni e garanzie sul ritorno dei rifugiati. Gli Stati Uniti hanno tracciato una propria linea sull’assistenza alla ricostruzione, affermando che dovrebbe essere legata a un processo elettorale guidato dalle Nazioni Unite e che porti una transizione politica in Siria.

Ipotesi che adesso il Cremlino non è disposto a considerare, almeno fino a quando non ci saranno garanzie sull’unità della Siria e sulla sua stabilizzazione, come già concordato con i leader del blocco di Astana. Con Idlib da riprendere e con l’Est della Siria ancora in mano a milizie locali, curde e con le forze occidentali e turche sul territorio, parlare di elezioni appare quantomeno improbabile.

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