Una giornalista di Al Jazeera è rimasta uccisa nelle scorse ore all’interno del campo profughi di Jenin. Si chiamava Shireen Abu Akleh ed era nata a Gerusalemme nel 1971. Nei territori palestinesi e nel mondo mediatico mediorientale era molto nota in quanto inviata veterana dei campi di battaglia non in Palestina e non solo. Cresciuta in Giordania, aveva iniziato a lavorare per l’emittente araba già nel 1997, prima che la tv satellitare del Qatar diventasse poi nota in tutto il mondo come la “Cnn araba”.

Shireen assieme ad altri cronisti era all’interno del campo profughi di Jenin, uno dei più importanti della Cisgiordania, tra i più affollati e tra i più “caldi”. La giornalista stava infatti documentando degli scontri tra un gruppo di palestinesi e membri delle forze armate israeliane. Le tensioni da queste parti sono molto alte dopo i recenti attentati in Israele e l’inizio di operazioni anti terrorismo che hanno coinvolto soprattutto Jenin. A un certo punto degli spari hanno raggiunto la cronista. Non si è ancora ben compresa la dinamica. L’unico dato drammaticamente certo è che per lei non c’è stato nulla da fare.

Cosa sta succedendo in Cisgiordania?

A partire dal mese di marzo l’incubo terrorismo è tornato a fare capolino in tutta Israele. A Gerusalemme sono stati diversi gli assalti all’arma bianca operati soprattutto da “lupi solitari”. Iniziative personali che però hanno avviato poi probabilmente dei fenomeni emulativi. Il 22 marzo un altro attacco del genere ha coinvolto la città di Beer Sheva, nel sud del Paese. In questo caso sono morte quattro persone e soltanto l’intervento dell’autista di un bus ha evitato bilanci ancora più gravi. Il fatto più clamoroso è del 7 aprile, quando Raad Hazem, giovane palestinese di 29 anni, han seminato il panico nel centro di Tel Aviv, uccidendo tre passanti. Da allora il governo guidato di Naftali Bennett ha deciso di reagire. Sono state così avviate diverse operazioni anti terrorismo.

Anche perché le forze di sicurezza israeliane avevano il timore di un’escalation in concomitanza con l’inizio, quest’anno avvenuto nello stesso periodo, della Pasqua ebraica e del Ramadan. Le prime incursioni dei soldati nei territori palestinesi si sono avute già il 9 aprile proprio a Jenin. Qui viveva Raad Hazem, rimasto ucciso poche ore dopo l’attacco di Tel Aviv. I militari israeliani hanno circondato la casa in cui abitava e hanno arrestato alcuni suoi parenti. Nelle operazioni sarebbe morto anche un palestinese. Altre operazioni hanno riguardato anche Nablus, mentre nella striscia di Gaza le forze israeliane hanno condotto alcuni raid aerei contro obiettivi sensibili. Anche perché, proprio come un anno fa, da qui erano partiti alcuni lanci di razzi verso il territorio dello Stato ebraico.

Gli scontri di aprile a Gerusalemme

Nel frattempo ad aprile non sono mancati scontri anche nella stessa Gerusalemme. La coincidenza tra Settimana Santa cristiana, Pasqua ebraica e Ramadan aveva fatto presagire la possibilità di tensioni molto forti. Previsioni purtroppo rispettate e acuite da quanto stava già accadendo all’interno dei territori palestinesi. Tutto è cominciato il giorno del Venerdì Santo, quando la polizia israeliana è entrata all’interno della grande moschea di Al Aqsa mentre erano in corso le preghiere. Le forze dello Stato ebraico hanno fatto sapere di essere intervenute dopo lanci di pietre contro di loro cominciati nel corso della mattinata. Il loro ingresso in moschea ha generato poi altri scontri e il ferimento di numerosi manifestanti. Nel giorno di Pasqua altre tensioni sono scoppiate sempre nella zona della spianata delle moschee. Alla fine si sono contati almeno 150 feriti tra i palestinesi e 300 arresti.

Nei giorni successivi altri tafferugli si sono verificati dopo la paventata marcia dei gruppi nazionalisti israeliani. Cortei non autorizzati dalla polizia, ma che hanno scatenato ulteriore rabbia da parte dei gruppi palestinesi stanziati all’interno del perimetro della città vecchia. Questo dà l’idea di quanto sta accadendo da un mese a questa parte tra Israele e Palestina. Nuove e mai sopite tensioni, sia tra le parti che al loro interno, hanno spinto verso una vera escalation. Per fortuna la situazione non è però degenerata in scontri aperti come nell’aprile del 2021. Ma le operazioni anti terrorismo non si sono fermate. Nelle ultime ore un’altra incursione era stata segnalata proprio a Jenin. Sono nati altri scontri, nel corso dei quali è rimasta uccisa la giornalista di Al Jazeera. E ora, anche sul piano politico, la possibilità che la situazione sfugga di mano non è così remota.

Il botta e risposta tra Abu Mazen e Bennett

Da parte palestinese è stato puntato il dito contro Israele. Sulla vicenda della morte di Shireen Abu Akleh è intervenuto lo stesso Abu Mazen, presidente dell’autorità nazionale palestinese, il quale ha condannato quello che ha definito “un crimine di esecuzione da parte delle forze di occupazione israeliane”.

“Il governo israeliano è pienamente responsabile di questo atroce crimine – si legge nelle dichiarazioni di Abu Mazen riprese dall’agenzia Wafa – è un crimine che fa parte della politica quotidiana perseguita dall’occupazione contro il nostro popolo, la sua terra ei suoi luoghi santi”. Parole quindi pesanti anche sotto il profilo politico e che traggono spunto dalla dinamica dell’uccisione riportata dalla stessa Al Jazeera. La tv qatariota, in particolare, ha fatto sapere di ritenere Shireen morta a causa di “un’uccisione a sangue freddo” da parte delle forze israeliane. Un esponente del governo di Doha ha riferito come, dalle informazioni in suo possesso, la giornalista nel momento dell’attacco indossava elmetto e giubbotto antiproiettile: “Shireen è stata colpita in faccia da un proiettile”, ha dichiarato ancora uno dei rappresentanti del governo del Qatar. Un altro giornalista che si trovava a Jenin, Ali Samodi, è rimasto anch’egli ferito ma non in gravi condizioni.

Diversa la dinamica riportata dall’Idf, le forze di sicurezza israeliane. Secondo loro Shireen è morta a causa delle ferite causate da colpi d’armi da fuoco partiti da un gruppo di palestinesi. Una versione abbracciata dal premier Naftali Bennett: “Sulla base dei dati a nostra disposizione – ha dichiarato – c’è una probabilità da non scartare che palestinesi armati che sparavano in modo selvaggio abbiano provocato la dolorosa morte della giornalista”. Il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha aperto alla possibilità di un’indagine condivisa tra israeliani e palestinesi.

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