La Siria è tornata al centro dell’interesse internazionale. A dimostrarlo sono gli ultimi movimenti di truppe registrati nel Paese. In particolare, fonti diplomatiche e Ong hanno reso noto di rafforzamenti dei contingenti da parte degli attori interni e internazionali impegnati sul campo. Truppe di Damasco, coadiuvate da Mosca, sono confluite nelle ultime ore a nord di Aleppo e nella regione vicino Raqqa.

Soldati e militari di Ankara invece si sono rafforzati nei settori, quale quello di Idlib, dove i turchi appaiono da anni più ramificati. Sono tutti segnali che dimostrano come la situazione a livello militare potrebbe tornare a evolversi già nelle prossime ore. Segnali arrivati peraltro nelle stesse ore in cui a Teheran i capi di Stato proprio di Russia, Turchia e Iran si sono riuniti per discutere di Siria.

Movimenti a nord di Aleppo e nell’est

Ma come mai sono proprio Russia, Turchia e Iran a incontrarsi per determinare i futuri equilibri siriani? L’incontro del 19 luglio a Teheran non è il primo di questo genere. I tre rispettivi governi discutono in modo comune di Siria già dal 2016. Dall’indomani cioè del fallito golpe ad Ankara. In quel momento Erdogan si è riavvicinato a Mosca, prima sostenitrice, assieme all’Iran, del governo del presidente siriano Bashar Al Assad. Il presidente turco, pur non abbandonando l’originaria ostilità contro Damasco e pur confermando anzi il sostegno alla sfilza di milizie della cosiddetta opposizione siriana (forma però in gran parte da movimenti islamisti), ha deciso però di concordare con la Russia i principali equilibri riguardanti il conflitto nel Paese Arabo. In particolare, Erdogan ha ottenuto un tacito via libera per attuare proprie operazioni in funzione anti curda lungo il confine turco-siriano, in cambio della fine della totale ostilità verso Assad.

La Russia è prima alleata di Damasco in quanto a Tartus ha sede la flotta di Mosca nel Mediterraneo. Come detto, il governo iraniano è un altro alleato di Assad soprattutto per via del posizionamento filosciita di Damasco, infine per l’appunto la Turchia è sempre impegnata nel sostenere forze ostili ad Assad, ma ha tutto l’interesse a mantenere posizioni non in grado di indispettire la Russia. Tutti e tre gli attori hanno per questo motivo proprie forze sul campo. Militari russi dal 2015 sostengono attivamente i soldati siriani, militari iraniani e forze speciali di Teheran sorvegliano alcuni luoghi strategici delle zone in mano al governo di Damasco, dal canto suo Ankara si avvale sia di propri soldati piazzati nel nord della Siria, nelle aree di Idlib controllate dalle sigle islamiste, sia di gruppi finanziati dal governo turco.

I movimenti registrati in queste ore sembrano andare nella direzione di un rafforzamento delle posizioni tenute sul campo da tutti gli attori protagonisti. Russi e siriani stanno inviando uomini e mezzi nelle aree a nord di Aleppo. Si tratta di zone delicate, in quanto confinanti con la Turchia e dove da almeno tre anni si ha una non sempre pacifica convivenza con le forze Sdf, ossia le milizie a maggioranza curda arrivate da queste parti nell’estate del 2016, durante la lotta contro l’Isis.

In particolare, sono stati notati elicotteri, carri armati e armamenti dell’esercito siriano nella città di Manbji, a nord est di Aleppo. Ancora poco più a nord, siriani e russi si sarebbero posizionati anche a Kobane, città simbolo della resistenza curda contro il califfato islamico. A est invece, all’interno della provincia di Raqqa, mezzi di Damasco e Mosca sono stati segnalati nel quadrante di Ain Issa.

Dal canto loro i turchi invece starebbero consolidando le proprie posizioni nella provincia di Idlib, lì dove sono impegnati da anni nel sostegno alle milizie anti Assad. A riferirlo è stato l’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani, secondo cui militari di Ankara sono stati avvistati lungo l’autostrada M4, l’arteria cioè che collega Saraqib con Latakia e che dal 2020, anno degli accordi di Sochi tra Russia e Turchia, funge da confine tra zone controllate dai governativi e zone in mano ai gruppi islamisti.

“Rilanciare accordi di Astana”

A giudicare dai movimenti, Russia e Turchia sembrerebbero avere la ferma intenzione di consolidare l’attuale status quo. Rimarcare cioè quali sono le rispettive zone di influenza in Siria e questo ovviamente non è un caso che sia avvenuto nel giorno dell’incontro di Teheran. Mosca e Damasco, nelle ore precedenti il vertice nella capitale iraniana, hanno voluto tracciare una linea invalicabile: le regioni a nord di Aleppo cioè, anche quelle in mano all’Sdf, non possono cadere nelle mire di Ankara.

Le scorse settimane il presidente turco Erdogan aveva parlato dell’organizzazione, giunta oramai alle battute finali, di una nuova operazione anti curda da effettuare entrando in territorio siriano da Manbji. La presenza di nuove truppe di Damasco e nuovi rinforzi russi, ha certificato l’indisponibilità del Cremlino a dare via libera alla Turchia per ulteriori manovre militari. Un concetto ribadito personalmente a Erdogan dalla guida spirituale Ali Khamenei oggi a Teheran: “Sarebbe un errore – si legge in una sua dichiarazione resa dopo l’incontro con il presidente turco – attaccare in Siria”.

Dal canto suo Erdogan non è apparso comunque affranto. Nella partita sulla Siria ha anche molti assi nella manica e obiettivo principale di Ankara è quello di evitare offensive siriane a Idlib, lì dove sono presenti i soldati turchi. Potrebbe quindi esserci stato un compromesso: niente attacco turco contro i curdi e niente attacco siriano contro Idlib. Sotto il profilo politico è stato poi infatti lo stesso Erdogan a ribadire l’importanza di “rilanciare gli accordi di Astana”, come ha ribadito in conferenza stampa. Rilanciare cioè quegli accordi siglati tra il 2016 e il 2018 figli proprio del costante dialogo sulla Siria tra Turchia, Russia e Iran.

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