Le trattative tra Russia e Ucraina restano punto interrogativo. Difficile definire esattamente cosa potrebbe scaturire da questo nuovo round di negoziati in Turchia, le tempistiche di una possibile tregua, e soprattutto come si possano incontrare le esigenze di Kiev con quelle di Mosca. Siamo ancora in una fase convulsa in cui le armi non tacciono e, come spiegato anche dalle delegazione russa, “il percorso verso la pace è ancora lungo”.

Strada lunga ma, allo stesso tempo, che vede dei primi spiragli. E se le parole hanno certamente un peso nel far capire che si sta trattando su basi più concrete rispetto ai precedenti incontri, sono i movimenti sul campo che potrebbero far comprendere la vera evoluzione del negoziato.

Lo stop intorno Kiev

Da Istanbul sono arrivate due importanti indicazioni da parte russa. Il consigliere presidenziale russo, Vladimir Medinsky, al termine dei colloqui aveva detto che la Russia avrebbe interrotto “l’attività militare vicino a Kiev e Chernikiv”. E il vice ministro della Difesa, Alexander Fomin, aveva confermato le parole del delegato del Cremlino per “aumentare la fiducia reciproca per i futuri negoziati”.

Le parole sembra siano state seguite dai fatti. Secondo il The Kiev Independent, lo Stato maggiore ucraino avrebbe confermato il ritiro parziale delle forze russe dal Kiev e Chernihiv. Se così fosse, e in attesa di conferme sul campo, potrebbe essere la prima traduzione pratica di quanto si sta trattando sul fronte diplomatico. Oltre alle fonti militari ucraine, anche il Pentagono ha spiegato di avere osservato i movimenti delle truppe della Russia nei pressi della capitale e dell’oblast di Chernihiv. E secondo gli Stati Uniti questo si tradurrebbe nel consolidamento delle posizioni a sud e est dell’Ucraina ma anche con il fallimento dell’avanzata a nord e verso la capitale ucraina. Kiev e Washington concordano, in ogni caso, che questa mossa serve sì ad alleggerire il fronte del nord e in particolare della capitale ma potrebbe portare a una concentrazione di uomini, mezzi e in generale di forze sul fronte meridionale e orientale.

L’impegno su Donbass e Crimea

Il movimento russo si sostanzierebbe quindi non in una ritirata, che negano sia da parte occidentale che da parte, ovviamente, russa, ma in un consolidamento delle posizioni russe nel Donbass e in Crimea. Una scelta che servirebbe anche a raggiungere l’obiettivo di blindare l’est del Paese, garantirsi l’area meridionale, quella nei pressi di Odessa e Kherson, ma soprattutto il corridoio strategico tra la penisola nel Mar Nero e le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Corridoio dove sorge Mariupol, città martire di questa guerra.

Proprio questa città è stata al centro anche dell’ultimo, ennesimo, colloquio telefonico tra il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo francese Emmanuel Macron. La Francia, insieme a Grecia e Turchia, aveva proposto un’operazione umanitaria congiunta proprio evacuare cittadini e intervenire per evitare o limitare quella che è a tutti gli effetti una catastrofe umanitaria. I tempi non sembrano ancora maturi ma, fanno sapere le fonti dell’Eliseo, il presidente russo pare stia riflettendo anche su questo punto.

Fallimento o ritirata tattica?

Sul tema della riduzione delle attività militari a Kiev e nel nord del Paese l’occidente e l’Ucraina non sembrano essere particolarmente convinte e chiedono cautela. Cautela ribadita anche da parte del governo russo, che seppure ha parlato di un modo per alleggerire la pressione sull’interlocutore ucraino, dall’altra parte ha precisato che quanto sta avvenendo non è un “cessate-il-fuoco” ma un rimodulazione dell’impegno che sarebbe coerente con quanto detto dalla Difesa di Mosca, e cioè che gli obiettivi erano appunto Donbass e Crimea oltre alla ormai nota “denazificazione” di Kiev e dimilitarizzazione.

Sul punto, le interpretazioni sono opposte a seconda che si tratti dell’uno o l’altro lato della cortina di ferro. Per gli analisti statunitensi ed europei la resistenza ucraina, unita al fondamentale supporto della Nato e dei singoli Paesi membri, avrebbe sorpreso l’Armata russa al punto da costringerla a un cambio di prospettiva e di impegno. In molti sottolineano che la Russia non si aspettava questo tipo di reazione e che questo si sarebbe reso evidente non solo nel numero dei morti, ben superiore alle aspettative, ma anche negli intoppi della catena di rifornimento e nella logistica mostrati dall’esercito di Mosca. La superiorità aerea, che veniva data per assodata nei primissimi giorni di conflitto, si è dimostrata una chimera. E a questo si aggiunge anche lo spauracchio del nucleare, che secondo molti avrebbe svelato proprio il nervosismo di Mosca e le enormi difficoltà sul campo. Il cambio di tattica spostando le truppe dalla capitale ucraina servirebbe dunque per limitare danni e perdite, soprattutto in una fase in cui l’eccessivo impegno di uomini potrebbe provocare un continuo dispendio di energie e denaro oltre che un coinvolgimento di unità da fronti che rischiano di esplodere. A partire dal Caucaso.

L’interpretazione russa

Da Mosca invece l’interpretazione è molto diversa. Quello che è filtrato dalla Federazione è che sicuramente la cosiddetta “operazione militare speciale” non ha dato gli esiti sperati nel tempo prestabilito. Non è andato tutto nel verso giusto, hanno dovuto ammettere anche dalla Difesa. Tuttavia, la linea ufficiale è che il piano stia comunque procedendo verso gli obiettivi prefissati.

Pochi giorni fa, il comandante del direttorato per le operazioni dello stato maggiore russo, il generale Sergei Rudskoy, aveva detto che Mosca si preparava a puntare tutto sull’obiettivo principale: “la liberazione del Donbass”. Citato dall’agenzia Interfax, il generale aveva spiegato che la Russia aveva due opzioni, “la prima era quella di limitare le azioni solo al territorio delle Repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, entro i confini amministrativi delle regioni. In questo caso però, gli ucraini avrebbero potuto continuamente rifornire le loro forze. Quindi, è stata scelta la seconda opzione, che contempla azioni sull’intero territorio dell’Ucraina, con interventi per la sua demilitarizzazione e denazificazione”. Obiettivi, questi ultimi, che la Difesa di Mosca ritiene sostanzialmente raggiunti anche grazie ai pesanti bombardamenti sulle infrastrutture militari del Paese.

Se queste parole di Mosca vengono unite alle dichiarazioni del governo sulla sospensione delle attività militari a Kiev e nelle aree limitrofe, e allo stesso tempo ai sospetti di Washington e Kiev, è possibile che le forze russe ora concentrino gli sforzi solo sull’area sud-orientale. E tutto questo, si potrebbe unire anche un maggiore impegno di attacchi missilistici lungo le arterie che consentono i rifornimenti alle truppe ucraine oltre che contro i rimanenti centri militari e di intelligence. La Russia per il momento sembra optare per un ripiegamento tattico delle forze in campo, ma gli attacchi da lontano potrebbero non subire una diminuzione. Scelta che consentirebbe al Cremlino di far rifiatare le unità di terra lasciando che l’impegno si concentri solo sulle regioni che hanno dato una giustificazione alla guerra di Putin anche di fronte all’opinione pubblica.

Lo scetticismo atlantico

Ed è anche per questo motivo che da Londra ma anche da altri centri occidentali si lanciano accuse nei confronti della Russia pure di fronte a un alleggerimento sostanziale dell’assedio di Kiev e di Chernihiv. Il primo ministro Boris Johnson, ha ribadito che la richiesta britannica è quella di “un completo ritiro delle forze russe dal territorio ucraino”, e ha sostenuto che quanto fatto da Putin sia “girare il coltello nella piaga nel tentativo di costringere il Paese e i suoi alleati a capitolare”. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha detto di non avere visto “segni di reale serietà” da parte di Mosca. “C’è quello che dice la Russia, e c’è quello che fa la Russia. Siamo concentrati su quest’ultima cosa”, ha spiegato il segretario Usa in conferenza stampa a Rabat, in Marocco, dicendo anzi che la manovra di allontanamento da Kiev potrebbe essere “un mezzo con cui Mosca sta ancora una volta cercando di deviare e ingannare le persone inducendole a pensare che non sta facendo quello che fa”.

“Se in qualche modo credono che uno sforzo per soggiogare ‘solo’, per così dire, la parte orientale dell’Ucraina e la parte meridionale dell’Ucraina possa avere successo, allora ancora una volta si stanno sbagliando profondamente”, ha aggiunto Blinken. Gli Stati Uniti non possono certo ammettere di accettare lo status quo voluto dal Cremlino, ma è comunque indicativo del fatto che le trattative e il cambiamento di tattica potrebbero non interrompere affatto la guerra. Ma solo modificare impegno e fronti.

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