Gli incidenti che hanno colpito la Settima Flotta del Pacifico – quattro nell’ultimo anno – e che hanno visto morire 17 uomini della Marina degli Stati Uniti fanno saltare la prima testa, quella del vice-ammiraglio Joseph Aucoin. Il comandante della flotta è stato destituito con la motivazione della “perdita di fiducia nelle sue capacità di comando”. Toni insolitamente duri da parte del Pentagono e che resteranno per sempre una macchia nella carriera di un alto ufficiale che tra poche settimane sarebbe anche andato in pensione. Il vice-ammiraglio Aucoin, dal settembre 2015 alla guida della VII flotta degli Stati Uniti, sarà sostituito dal vice-ammiraglio Phil Sawyer, un ufficiale da sempre impiegato al comando dei sommergibili. Con circa 70 navi, 300 aerei e 40mila uomini, la VII flotta del Pacifico è la flotta più grande e più potente tra quelle americane schierate all’estero. La sua base è a Yokosuka, in Giappone, a pochi chilometri da Tokyo, e opera in uno dei mari più bollenti degli ultimi mesi, divisa fra le minacce della Corea del Nord e le tensioni con la Cina per la questione del controllo delle isole del Mar Cinese Meridionale.

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Il Pentagono ha risposto con sorprendente veemenza a questi incidenti, proprio perché il contesto in cui opera la Settima flotta non può essere considerato uno scenario adatto a questo tipo di eventi. Sicuramente, il fatto che la Marina degli Stati Uniti subisca quattro incidenti in un anno, in cui tra l’altro hanno perso la vita decine di soldati, è una macchia mediatica imperdonabile, oltre che un segnale d’inefficienza di fronte a tutto il settore strategico Usa. Ma a parte il tema legato all’immagine, che comunque ha un peso in un contesto dove gli Usa rappresentano l’ombrello protettivo degli attori dell’Estremo Oriente che operano contro Cina e Corea del Nord, quello che risalta è  l’importanza proprio delle attività che stavano svolgendo queste navi. Questo mese, in particolare, la Uss John McCain ha navigato a circa 12 miglia nautiche a largo di un’isola artificiale costruita dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale: un’azione che si inseriva all’interno dell’ultima operazione per la “libertà di navigazione” per contrastare tutte quelle attività che gli Stati Uniti vedono come sforzi della Cina per controllare le acque controverse. Dopo questa operazione, la nave si è diretta verso un’altra area fondamentale nello scacchiere geopolitico dell’Asia sudorientale, ovvero lo Stretto di Malacca. Qui, in uno dei punti di passaggio fondamentali del commercio mondiale, la nave americana ha urtato contro un cargo di Singapore: un incidente che ha causato ingenti danni allo scafo e parecchi morti fra i soldati a bordo della nave Usa.

Dopo l’ultimo incidente, la Us Navy ha diramato un ordine generale per una “pausa operativa” a tutte le unità delle diverse flotte sparse in tutte le aree del mondo. Si tratta di una decisione clamorosa. Da una parte, la scelta di fermare le operazioni espone a grandi rischi la sicurezza Usa ma anche quella degli alleati che fanno completamente affidamento sulle capacità delle navi statunitensi. Dall’altra parte, le nuove tensioni con la Corea del Nord e l’inizio proprio lunedì delle esercitazioni militari congiunte tra le truppe Usa e quelle di Seul come risposta alle minacce di Pyongyang, rendono questa scelta ancora più interessante e imprevedibile.  L’annuncio del capo di Stato Maggiore della Marina Usa, ammiraglio John Richardson, di sospendere le attività di tutte le flotte pone in realtà una serie di quesiti: se è un problema di “incidenti” alla Settima Flotta, perché sospendere per la prima volta tutte le attività della Marina degli Stati Uniti? E se serve un’indagine su tutte le flotte, perché destituire Aucoin per “mancanza di fiducia” da parte di comando ed equipaggio?

Per ora, l’ipotesi è accreditata da più parti è che si tratti di incidenti, eppure queste ultime mosse del Pentagono non sembrano andare nella direzione della conferma dell’accidentalità degli eventi. Quattro collisioni in un anno sono per la Marina degli Stati Uniti un numero eccezionale, soprattutto perché a poche miglia nautiche dai mari controllati dalla Cina e mentre dalla Corea del Nord continuano ad arrivare minacce. Tempi e luogo non fanno credere in semplici coincidenze, ma anzi, confermano l’ipotesi lanciata da alcuni analisti sul ruolo della Cina come promotore di attacchi alle reti GPS e ai sistemi di navigazione. Non a caso, subito dopo l’ultimo incidente occorso alla Uss McCain, la stampa cinese ha affermato che la presenza navale degli Stati Uniti rappresenta un pericolo per la navigazione nelle acque dell’Asia e che, mentre la marina statunitense sta diventando un ostacolo pericoloso al commercio, la Cina si è impegnata congiuntamente con i membri dell’Asean per elaborare un codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale e ne ha aumentato la sicurezza di navigazione costruendo cinque fari sulle sue isole. Un messaggio chiaro da parte di Pechino, che sembra rivolgersi non solo agli Usa, ma anche ai partner degli Stati Uniti: tenersi lontano dalle acque cinesi.

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