Sono arrivati troppo tardi o non sono proprio arrivati. Si tratta dei milioni di dollari promessi dai leader mondiali destinati all’istruzione dei bambini siriani. Nel corso della conferenza sulla Siria tenutasi a Londra nel febbraio 2016, l’Unione europea e gli Stati membri avevano promesso 1.4 miliardi di dollari da destinare ai bambini per permettere loro di frequentare la scuola già dall’anno scolastico 2016/2017. Alla conferenza, a cui avevano preso parte tra gli altri anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro britannico dell’epoca David Cameron e l’ex segretario di Stato John Kerry, sono stati raccolti oltre 12 miliardi di dollari in un giorno solo. Nel suo ultimo rapporto, Human Rights Watch ha messo in evidenza le discrepanze tra i fondi raccolti e quanto è stato effettivamente donato. 

La mancanza di finanziamenti tempestivi ha significato che oltre 530.000 bambini siriani in Libano, Turchia e Giordania, maggiori Paesi ospitanti dei profughi provenienti dalla Siria, non hanno frequentato la scuola. “I Paesi donatori avevano promesso che i bambini siriani non sarebbero diventati una ‘generazione persa’, ma è proprio quello che sta accadendo”, ha denunciato Simon Rau di Human Rights Watch. Alla conferenza di Londra gli Stati si erano impegnati per dare a tutti i giovani dai 5 ai 17 anni un’istruzione di qualità e una speranza per il loro futuro. Ma un terzo dei minori non ha ricevuto alcuna formazione. I finanziamenti dichiarati dai donatori sono arrivati solo in parte: in Libano e in Giordania manca ancora oltre il 50% dei fondi promessi. Questo riduce la capacità degli istituti scolastici di assumere e formare gli insegnanti, acquistare i libri di testo e far accedere i bambini all’istruzione. I fondi che invece sono stati donati, sono arrivati comunque dopo la scadenza prevista, cioè quando l’anno scolastico era già iniziato, troppo tardi quindi per iscrivere i nuovi studenti. 

Prima della guerra, oltre il 90% dei bambini frequentava la scuola primaria e il 70% quella secondaria. Oggi l’accesso dei giovani all’istruzione dipende soprattutto dagli aiuti internazionali, molto spesso insufficienti. Secondo Human Rights Watch è la mancanza di accordi ben definiti e di relazioni costanti e dettagliate da parte dei Paesi che non hanno permesso di far arrivare i fondi nei tempi previsti. Nel frattempo però il mondo si ritrova con una ‘generazione’ persa. Non potendo frequentare la scuola, i bambini sono costretti a lavorare, sposarsi e persino ad arruolarsi. Il numero di minori reclutati per combattere i conflitti in Medio Oriente e nel Nord Africa è più che raddoppiato nel corso di un anno, passando da 576 del 2014 ai 1.168 del 2015. L’aumento dei soldati bambini in Siria, ma anche in Yemen e Iraq, è dovuto ad anni di violenze ancora in corso e alla carenza di servizi di base. Mancano beni di prima necessità, energia elettrica, cibo e medicine, oltre alla possibilità di studiare. Arruolati come uomini, i bambini sono mandati a combattere una guerra che non gli appartiene.

In 6 anni il conflitto in Siria ha bruciato una generazione. Dall’inizio delle proteste, nel Paese guidato da Bashar al Assad i morti sono stati centinaia di migliaia. L’ultimo bollettino delle vittime redatto dall’Osservatorio dei diritti umani in Siria parla di 17.411 minori morti fino a marzo 2017. Per quelli ancora vivi, la maggior parte dei quali emigrati nei Paesi vicini, si auspica una vita da bambini e il diritto all’istruzione.

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