Si continua a combattere nel sud est della Siria, lì dove l’Eufrate assieme al deserto ed ai check point della frontiera irachena contraddistingue il paesaggio. Un fiume, l’Eufrate, diventato improvvisamente un confine: ad ovest si trovano i reparti governativi che nell’estate 2017 hanno sconfitto l’Isis in questa regione, ad est invece vi è il territorio in mano all’Sdf. Quest’ultima è la sigla che racchiude le forze filo curde assieme alle tribù locali, le quali sono appoggiate dagli Usa. Un confine, quello lungo l’Eufrate, figlio di un accordo non scritto. Un accordo però vitale per gli equilibri in Siria e per mantenere le linee di dialogo tra Mosca e Washington, entrambe fortemente impegnate nel Paese.

Ma l’Isis, come già detto nei giorni scorsi, in Siria è ancora presente. Se Damasco combatte le sacche presenti ad est di Sweida, l’Sdf fatica a cancellare l’ultimo avamposto del califfato ad est dell’Eufrate. Se n’è accorto anche Trump, che nei giorni scorsi in un discorso menziona proprio la situazione in Siria.

“In un mese toglieremo di mezzo l’Isis”

Nel corso della presentazione della legge, che ha ricevuto anche la sua firma nei giorni scorsi, che riconosce come genocidio i massacri compiuti dal califfato islamico nella regione tra Siria ed Iraq, il presidente americano parla proprio degli ultimi sviluppi della guerra siriana. “Abbiamo fatto un gran lavoro – dichiara Trump – Contro l’Isis sono stati fatti grandi progressi”. Però, ammette Trump, restano ancora alcune operazioni da svolgere: “Di terroristi dell’Isis in quella parte del mondo ne sono rimasti pochissimi, c’è ancora qualcuno. Entro trenta giorni non ne rimarrà più nessuno“.

Parole che testimoniano la ripresa delle attività anche delle forze Usa ad est dell’Eufrate, probabilmente perchè anche da Washington ci si è accorti delle difficoltà dell’Sdf. Da alcune settimane i filo curdi non solo non riescono ad avanzare negli ultimi lembi di territorio in mano all’Isis, ma subisce anche dolorose controffensive da parte dei miliziani jihadisti. Soltanto l’11 novembre scorso si ha notizia di una prima avanzata, dopo mesi, dell’Sdf nelle aree sotto controllo dell’Isis. Piccole avanzate che certificano però una ripresa dell’iniziativa da parte dei filo curdi. Fonti di stampa locali riferiscono inoltre di un importante aumento dei bombardamenti da parte della coalizione a guida Usa nella regione.

Qual è la strategia di Trump sulla Siria?

Le parole del presidente Usa arrivano in un momento abbastanza delicato per gli equilibri dell’est della Siria. Non solo le difficoltà dell’Sdf, ma anche le pretese turche di entrare nei prossimi giorni nelle aree filo curde di Al Hasakah e Deir Ezzor. Il tutto perché Ankara ritiene che il Pkk trovi appoggio e sostegno tra i curdi siriani ed i curdi iracheni e dunque, per proteggere i propri confini, il governo è pronto a mandare lì l’esercito. Ma ad est dell’Eufrate, come detto, insistono gli americani. Qui i soldati a stelle e strisce hanno impiantato anche alcune basi militari e delle postazioni di guardia proprio lungo il confine turco. Trump ed Erdogan sostengono lo stesso punto di vista circa la presenza dell’Isis in zona: “Ne sono rimasto pochi” afferma il presidente Usa, “Oramai non c’è più il pericolo dell’Isis” dichiara invece il capo di Stato turco. Ma arrivano a due conclusioni diverse: per Trump questo è indice di un maggiore sforzo degli Usa ad est dell’Eufrate, per Erdogan il pretesto per affermare l’inutilità della presenza delle forze Sdf ai confini con la Turchia. E dunque il via libera per un attacco contro di loro.

Ed in molti a Washington fanno notare come, le parole di Trump, arrivano proprio dopo quelle di Erdogan dove annuncia l’imminente via alle operazioni turche. Un modo, forse, per ribadire ad Ankara che gli Usa in zona stanno ancora operando. Ma quel che ci si chiede adesso è l’interpretazione delle parole di Trump nell’ottica dell’impegno americano in Siria. Pochi mesi fa il tycoon newyorkese dichiara infatti che gli Usa a breve potrebbero lasciare il paese e riportare le truppe a casa. Adesso parla di un lavoro da portare a termine, intensificando gli sforzi nella regione. Si tratta di un nuovo ripensamento di Trump, che dunque avrebbe deciso di continuare ad occuparsi a lungo di Siria, oppure un’affermazione che va nel segno opposto e che indichi, nella fine delle operazioni contro l’Isis prevista fra un mese, il limite dell’operatività americana nella zona? Al momento sembra difficile capire a quali delle due interpretazioni bisogna credere. Di certo c’è che l’Isis in Siria è presente e, oltre a mettere paura, continua ad essere oggetto di attenzioni da parte di molte cancellerie.

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