Le armi chimiche tornano prepotentemente nella narrativa del conflitto siriano. Questa volta, però, le accuse non ricadono su potenziali attacchi con armi proibite da parte di Damasco, come accaduto il 21 agosto 2013 nella Ghouta orientale, nei sobborghi della capitale siriana, o nel presunto attacco chimico di Khan Shaykhun del 4 aprile 2017 o ancora, a Douma, il 7 aprile 2018. Questa volta sotto accusa è finita la Turchia e il suo presidente Recep Tayyip Erdogan. Come riporta l’Agi, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha avviato una indagine in riferimento alle accuse formulate dai curdi, secondo cui Ankara ha usato il fosforo. I medici curdi, infatti, avevano riferito di ferite causate da “armi sconosciute” su sei pazienti a Hasakah all’inizio di questa settimana.

A fare il giro del web, ancora una volta, le immagini scioccanti di un bambino curdo ricoverato nell’ospedale di Hasakak, con il volto completamente corroso e gli occhi cupi. La pelle è stata portata via, cancellata da uno dei bombardamenti turchi sulla cittadina siriana di Rais al-Ayn, chiamata dai curdi Sari Kan. Il portavoce delle Forze democratiche siriane, Mustafa Bali, aveva lanciato su Twitter l’allarme, manifestando il timore “che vengano usate armi non convenzionali contro i nostri combattenti”. “Esortiamo le organizzazioni internazionali a inviare i loro esperti per indagare su alcune ferite subite negli attacchi”, ha chiesto Bali su Twitter. La Turchia, dal canto suo, nega ogni accusa e grida al false flag. “Abbiamo ricevuto una serie di informazioni secondo cui alcune organizzazioni terroristiche intendono avvalersi di armi chimiche per poi accusare le nostre forze armate”, ha dichiarato il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar.

Torna l’incubo delle armi chimiche: i curdi accusano Ankara

Anche l’ambasciatore turco in Italia, Murat Salim Esenli, ha scagionato Ankara dalle accuse mosse dai curdi. Il diplomatico ha sottolineato che “la Turchia non ha armi chimiche, non ha armi biologiche e non ha armi nucleari”. Commentando le immagini delle vittime ferite dell’ospedale di Hasakak, Esenli ha sottolineato che è in atto una vera e propria “guerra informatica” ibrida il cui “obiettivo è quello di stigmatizzare la Turchia”. Esenli, riporta l’Agi, ha poi accusato alcuni leader politici italiani, anche di maggioranza, di essere vittime della “propaganda” delle Unità di protezione dei popoli (Ypg), le milizie curde che controllano il nord-est della Siria, che starebbero, a suo dire, diffondendo foto fuorvianti sulle vittime dell’operazione militare lanciata dalla Turchia.

Foreign Policy ha pubblicato un articolo che mette in discussione la versione ufficiale di Ankara. Le foto esaminate dalla testata americana fornite da fonti curde e confermate da un alto funzionario dell’amministrazione statunitense mostrano bambini di Ras al-Ayn con ustioni sul petto e in viso che farebbero pensare al fosforo bianco. “Un funzionario della Mezzaluna Rossa curda – racconta Foreign Policy – un’organizzazione umanitaria senza scopo di lucro che opera sul campo nel nord della Siria, ha dichiarato a Fp che sei pazienti, tra cui bambini e soldati, sono arrivati ​​all’ospedale nazionale di Hasakah con ustioni di primo e secondo grado dopo essere entrati in contatto con una sostanza sconosciuta a seguito di un attacco aereo turco a Ras al-Ain. I pazienti hanno detto di aver visto “strane luci” durante l’attacco aereo, ha detto il funzionario, che ha rifiutato di essere nominato per motivi di sicurezza”.

Gli Stati Uniti sono a conoscenza delle accuse mosse contro la Turchia e delle possibili prove a sostegno di tale ipotesi, ha dichiarato un alto funzionario dell’amministrazione statunitense a Foreign Policy. “La Turchia sarà ritenuta responsabile dalla comunità internazionale per i crimini commessi contro i curdi”, ha sottolineato il funzionario.

I precedenti in Siria

Le accuse reciproche fra Turchia e curdi siriani di queste ore ricorda da vicino quelle fra Damasco e i ribelli islamisti durante i tre episodi chiave del 21 agosto 2013 nella Ghouta orientale, nei sobborghi della capitale siriana, o nel presunto attacco chimico di Khan Shaykhun, a Idlib, del 4 aprile 2017, o di quello di Douma, del 7 aprile 2018. I tre eventi ci suggeriscono che occorre esaminare i fatti e trarre conclusioni con la massima prudenza dato che è difficilissimo ed estremamente complicato stabilire – con assoluta certezza – la verità sull’uso di armi chimiche in una guerra “sporca” come quella siriana. Del resto, come ha scritto Robert Fisk sull’Independent, “in tutti i casi di questo tipo, è necessario capire che la ricerca di prove di un attacco chimico è notoriamente complessa. È necessariamente una scienza inesatta. Diversamente dai frammenti delle bombe, le schegge di proiettile, le basi d’appoggio dei mortai, i codici informatici dei razzi o i manuali delle armi, i gas non riportano nessuna pratica etichetta che possa rivelare i proprietari dei manufatti”.

Per quanto concerne l’attacco nella Ghouta orientale, infatti, nel rapporto dell’Onu ufficialmente presentato il 13 dicembre 2013 si specifica che il lavoro ha come obiettivo di accertare l’uso di armi chimiche ma non i responsabili del loro utilizzo Anche per questo motivo, sfogliando le pagine del rapporto, appare impossibile scovare responsabilità tra esercito regolare e ribelli. I risultati dell’attacco del 21 agosto si trovano a pagina 44 del rapporto: si evince che in quel giorno la Ghouta viene colpita nelle località di Jobar, Moadamiyah e Zamalka. L’attacco incriminato è quello su Jobar e Zamalka, dove l’uso di armi chimiche viene effettivamente accertato. Non ci sono tuttavia riferimenti espliciti e particolari che possano ricondurre a chi, tra gli attori in causa nel conflitto, abbia bombardato utilizzando gas sarin.

Medesimo discorso per l’attacco di Douma dell’aprile 2018: Il rapporto dell’Opcw dice che gli ispettori dell’organizzazione hanno riscontrato la presenza di cloro in due dei quattro siti dove sono state condotte le ispezioni, insieme “a residui di esplosivo” pur sottolineando che non sono state trovate tracce di agenti nervini. Soprattutto, non stabilisce chi ha commesso l’attacco chimico, se Damasco o i ribelli.

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