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La Somalia è sicuramente una delle nazioni al centro della politica Usa nel continente africano. Non è una novità, ovviamente, se si considerano gli ultimi trent’anni. Ma è interessante constatare l’aumento delle operazioni americane nel Paese nel quadro della guerra al terrorismo islamico. La lotta allo jihadismo sta diventando la leva con le forze armate statunitensi iniziano a prendere parte al grande gioco africano, dopo che per decenni (se non secoli) ne erano rimasti quasi del tutto esclusi grazie alla forte influenza degli antichi imperi coloniali. Oggi non è più così. Gli Stati Uniti sono coinvolti pienamente nelle grandi sfide dell’Africa e, per la crescita del terrorismo islamico, per interessi economici e per contenere l’espansione cinese nel continente, le forze Usa hanno aumentato la loro presenza e la loro azione.

La Somalia è un esempio perfetto di questo coinvolgimento, dove le forze terroriste di Al Shabaab rappresentano l’obiettivo principale delle operazioni delle forze armate statunitensi, in particolare da parte dell’aviazione. Qui da mesi i bombardieri e i droni americani colpiscono le postazioni di Al Shabaab, sia autonomamente, sia in sostegno alle forze armate somale che, con estrema difficoltà, tentano di strappare alle forze islamiste il controllo di vaste aree del Paese. Ed è un numero di operazioni che è salito vertiginosamente sotto l’amministrazione Trump, il quale ha dato ampia libertà di manovra ai comandanti Usa sul posto. Ma tutto ha un prezzo. Un prezzo di sangue che paga soprattutto la popolazione civile come tributo a una guerra che subisce e che è decisamente più grande della realtà somala. Come segnalato dal Guardian, iniziano a essere parecchie decine i civili uccisi durante i bombardamenti delle forze aeree statunitensi o dei raid in cui le forze Usa sono coinvolte a supporto delle altre forze regionali. Non c’è un numero chiaro, soprattutto perché parlando di terrorismo e di milizie locali, molti morti potrebbero essere considerati formalmente dei civili, in quanto non facenti parte di truppe regolari né colpite in edifici considerati come postazioni militari. L’ultimo esempio a riguardo è stato riportato da Newsweek, che ha pubblicato una dichiarazione ufficiale ricevuta da Africom (il Comando Usa per le operazioni in Africa), in cui si afferma che nell’attacco delle forze somale e delle forze speciali Usa della scorsa settimana sono rimasti uccisi anche dei minorenni. Secondo altre fontiil bombardamento della scuola gestita da Al Shabaab avrebbe avuto come conseguenza la morte di quattro bambini e un’insegnante. E gli attacchi non sembrano piegare il terrorismo.

La strategia americana potrebbe anche rivelarsi un boomerang, poiché l’insorgenza del terrorismo nasce anche come reazione agli attacchi indiscriminati delle forze Usa sul territorio. Gli incidenti ci sono stati e continuano a esserci e diventa facile per le milizie di Al Shabaab utilizzarli come mezzo di propaganda per reclutare sempre più persone nei propri ranghi. L’offerta di denaro (i miliziani sono pagati per il loro servizio) e il sentimento di rivalsa nei confronti di stranieri che distruggono aziende, case o linee elettriche, o che hanno ucciso un familiare, diventano facili strumenti di reclutamento. Soprattutto per una popolazione che soffre la povertà e la mancanza di molti beni di prima necessità. Il Guardian riporta le dichiarazioni di Zeid Ra’ad al-Hussein, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il quale ha detto che le vittime civili causate dalle forze regionali o internazionali, pur essendo in numero estremamente minore rispetto a quelle perpetrate da Al Shabaab, sono estremamente preoccupanti, “perché hanno minato la fiducia della popolazione somala nel governo e la comunità internazionale e questo ha aiutato gli estremisti”. E questo è accaduto anche quando gli Stati Uniti non sono coinvolti negli attacchi, perché ormai è diffuso il sentimento secondo cui sono le forze di Washington a uccidere i civili. Tricia Bacon, esperta di antiterrorismo del Dipartimento di Stato e professoressa presso l’Università americana di Washington DC, ha dichiarato che i bombardamenti aerei hanno un potente ‘effetto dirompente’ sulle organizzazioni militanti, ma che rischiano anche di rendere estranee le popolazioni civili, le quali anzi cominciano a subire i contraccolpi della propaganda sul bisogno di ribellarsi. Una reazione normale, fisiologica, che rischia da un lato di minare la credibilità del fragilissimo governo di Mogadiscio e, dall’altro lato, di aiutare il terrorismo a coinvolgere la popolazione civile.

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