Nella capitale somala, insanguinata dal recente attentato terroristico all’Ambassador, si è consumata senza eco una nuova atrocità. È stata assassinata un’altra giornalista.Sagal Salad Osman, presentatrice e produttrice ventenne della governativa “Radio Mogadiscio” ma anche studentessa universitaria, è stata freddata a colpi di arma da fuoco da un gruppo di sicari mentre si trovava nel distretto di Hodan.Osman è la prima giornalista a cadere dall’inizio del 2016. Lo scorso anno era toccato ad altri tre colleghi. Tra cui un’altra collaboratrice dell’emittente statale, Hindia Haji Mohamed, uccisa a Dicembre da una carica esplosiva piazzata nella sua auto e rivendicata dal gruppo estremista islamico al Shabaab.La Somalia si conferma così uno dei paesi più pericolosi per i professionisti dell’informazione: secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ) sarebbero 59 gli operatori dei media – senza contare Sagal Salad Osman – uccisi nel Paese dal 1992 sino ad oggi.Il 2012 è stato l’anno nero per la stampa in Somalia con la cifra record di 18 operatori dell’informazione uccisi in dodici mesi e la soglia dello zero sfiorata nel ranking annuale sulla libertà di stampa stilato da Reporter senza frontiere (RSF). L’ex colonia italiana arranca tutt’oggi, fermandosi nel 2015 al 172esimo posto su 180 paesi nella classifica mondiale della libertà di stampa.“Condanniamo nei termini più forti possibili questo assassinio e chiediamo al governo di trovare e punire chi c’è dietro l’uccisione della giornalista”, ​​è l’appello che Mohamed Ibrahim Moalimuu, segretario generale dell’Unione nazionale dei giornalisti somali, ha affidato a Voice of America.In una dichiarazione a caldo anche il presidente della Somalia Hassan Sheikh Mohamud ha condannato l’assassinio di Osman, impegnandosi ad “assicurare i responsabili alla giustizia come è successo in passato”.Eppure le parole del numero uno di Villa Somalia non trovano il più pallido riscontro nei dati ufficiali. La Somalia, dicono impietose le stime offerte dalle organizzazioni, in fatto di tutela dei diritti degli operatori dell’informazione si distingue anche per inefficienza della macchina investigativa e punitiva. Il paese del Corno d’Africa si colloca tristemente al vertice del Global Impunity Index del CPJ.Nella classifica con cui CPJ ha documentato la lunga scia di omicidi che dal 1992 ad oggi hanno funestato il mondo dell’informazione emerge un tasso d’impunità catastrofico. Sotto la voce “Complete impunity” troviamo l’83% dei delitti, mentre, solo nel 2% dei casi il CPJ parla di “Full justice”.“L’impunità negli omicidi dei giornalisti somali ha da tempo innescato un ciclo di violenza e di paura, limitando fortemente la libertà di stampa”, ha dichiarato Kerry Paterson, ricercatore associato del CPJ’s Africa program. “Mentre noi sosteniamo gli sforzi per combattere l’impunità – ha ricordato Paterson – chiamiamo le autorità somale a consegnare i colpevoli alla giustizia attraverso processi equi e trasparenti”.Anche se i giornalisti – insieme ai funzionari governativi – sono gli obiettivi più gettonati da al Shabaab, come ricorda The Washington Post, non solo la costola qaedista ma anche “signori della guerra, criminali e anche gli agenti del governo” potrebbero nascondersi dietro questi crimini.Esistono pericoli che sfuggono ad ogni tentativo di classificazione. Mandanti ed esecutori occulti che CPJ indica con un nebuloso “unknown”. Nella lunga lista di nomi di corrispondenti, fotografi ed operatori caduti sotto il fuoco “sconosciuto” c’è anche quello della “nostra” Ilaria Alpi. L’inviata del Tg3 uccisa a Mogadiscio nel 1994 in un agguato assieme all’operatore tv Miran Hrovatin.A ventidue anni da quel giorno, i tentativi di far luce sul duplice omicidio sono naufragati tra operazioni di insabbiamento e continui depistaggi. Le indagini, mai approdate alla verità, hanno però condotto nel ginepraio della collusione tra mafie locali e servizi.

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