Dopo anni di totale oblio, la pirateria somala torna a colpire sulle coste del Corno d’Africa. Negli ultimi anni, l’operazione Ocean Shield della Nato e l’intervento europeo nella Missione Atlanta avevano, infatti, arginato notevolmente il fenomeno. Un impegno che anche la Marina italiana ha sempre ritenuto fondamentale, tanto da essere costantemente impegnata con un buon numero di navi da guerra. Una riduzione di attacchi che aveva fatto credere di aver risolto il problema, o quantomeno ampiamente sedato, tanto che in molti avevano già pensato a un lento disimpegno delle flotte nazionali. Ma il disimpegno sembra non dover più essere qualcosa di prossimo. Nell’ultimo mese, infatti, gli attacchi dei pirati della Somalia sono ricominciati ed hanno messo a segno almeno nove colpi – di cui cinque a buon fine – nelle loro acque.

Il motivo di questa recrudescenza del fenomeno è dovuto principalmente alla riattivazione delle rotte commerciali nelle acque del golfo di Aden. Per anni, il fenomeno della pirateria aveva, infatti, comportato che molti armatori internazionali cambiassero le rotte, onde evitare di passare per aree ad altissimo rischio di attacchi. Con la drastica diminuzione del numero di assalti e soprattutto a causa degli eccessivi costi di trasporto, in molti hanno deciso di ripristinare le antiche vie di navigazione.Una di queste rotte riattivate è la cosiddetta rotta di Socotra, che prende il nome dall’isola yemenita a nordovest del Corno d’Africa. Negli ultimi anni, con la sospensione della navigazione tramite questa rotta, la via più utilizzata era divenuta quella che passava più a Sud, verso Mogadiscio. Oggi, il Golfo di Aden è invece tornato a essere il centro delle vie commerciali. Così, con l’aumento del flusso navale, è aumentato anche il numero di pirati in azione, che dal 2012 avevano abbandonato le armi per tornare a dedicarsi ad attività meno rischiose. Il primo di questi attacchi ha visto colpita la nave Aris 13, appartenente a un armatore degli Emirati Arabi Uniti, che trasportava petrolio a Gibuti. L’attacco più recente, invece, ha visto colpire una nave battente bandiera di Tuvalu e in seguito liberata dall’intervento congiunti cinese e indiano.La base di partenza delle lance dei pirati sembra essere la regione del Galmudug, regione de facto autonoma e sotto il controllo formale del governo di transizione. Questi motoscafi giungono poi sulle coste del Puntland, regione autonoma del fallito Stato della Somalia, divenuta nel tempo l’area con il maggior numero di attacchi. È stato lo stesso governo della regione a segnalare l’evoluzione del fenomeno alle autorità internazionali. Il governo del Puntland ha addirittura creato un dicastero anti-pirateria, con un apposito ministro, tanto è importante la questione per l’intera area del Corno d’Africa. Ma i mezzi di contrasto a questo sistema criminale posseduti dalla regione sono naturalmente ridotti, e necessitano dell’intervento delle marine da guerra di Stati terzi.strip_reporter_dayNon è solo l’Occidente ad essere interessato al problema della pirateria somala. Al contrario, la marina iraniana e la marina cinese collaborano da tempo per la stabilità di tutta l’area marittima a sud dello Yemen. La 43esima flotta iraniana è ormai da qualche tempo impegnata fra le acque del Golfo di Aden e lo stretto di Bab el-Mandeb. Per gli iraniani, il controllo di quell’area ha un’importanza fondamentale. La prossimità alle coste dello Yemen, teatro di guerra che vede impegnata Teheran, e la difesa dei fondamentali traffici commerciali tra l’Iran, l’Africa e il Mediterraneo, fanno di questa zona marittima uno snodo di interessi cruciali per l’economia e la geopolitica iraniana.Anche la marina cinese è particolarmente attenta alla protezione della rotta di Socotra e alla stabilità di tutte le rotte commerciali tra Yemen e Somalia. Pechino è una potenza commerciale che non può permettersi blocchi alla via che collega l’Europa alla Cina e che passa quindi per il Mar Rosso e le acque somale. Ed è anche una potenza che sta investendo enormi quantità di denaro nell’Africa subsahariana. La scelta di eleggere Gibuti quale base navale della flotta cinese nell’Oceano Indiano, la seconda dopo Gwadar in Pakistan, dimostra quanto il gigante cinese abbia a cuore il destino di questa rotta commerciale.Il fenomeno della pirateria somala non va poi slegato da un collegamento profondo tra i pirati e movimenti jihadisti che operano nel Corno d’Africa, in particolare il gruppo Al Shabaab. Il gruppo è radicato soprattutto nella Somalia meridionale, ma ha connessioni fortissime con tutte le reti criminali delle coste somale. Il traffico di petrolio, oro, diamanti, nonché lo scambio di prigionieri e armi, è diventato nel corso del tempo un bacino di denaro enorme per il terrorismo della sigla islamista. Proprio per questo, l’impegno delle potenze internazionali non può viaggiare che su un doppio binario, quello di sicurezza contro i pirati e quello antiterroristico, contro le sigle radicali che sfruttano gli attacchi alle rotte commerciali per rinvigorire lo jihadismo nell’area. Un fenomeno complesso, dunque, che non solo interessa tutte le potenze del mondo per le rotte commerciali, ma che è di particolare importanza alla luce della posizione strategica del Golfo di Aden.

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