Sono le 10.40 irachene del 12 novembre 2003. In Italia è ancora mattino presto e nessuno pensa a ciò che accade in Medio Oriente, a 4500 chilometri da casa. A Nassiriya. Eppure questa data cambierà per sempre la storia delle missioni italiane all’estero. Un camion cisterna carico di esplosivo si fa saltare davanti alla base “Maestrale” dei carabinieri. Una deflagrazione incredibile, resa ancora più letale dall’esplosione del deposito munizioni della base. Fu solo grazie alla mira e al sangue freddo del carabiniere Andrea Filippa, che riuscì a colpire gli attentatori, che il mezzo non sfondò le barriere ed entrò nella base. I morti italiani furono 19, quelli iracheni nove.

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Il maresciallo dei carabinieri Antonio Lombardo è miracolosamente sopravvissuto alla strage. Ora ha 43 anni ed è in servizio a Gorizia. Nonostante siano ormai passati 15 anni quel 12 novembre se lo ricorda ancora. Nonostante la paura e la sofferenza, il maresciallo Lombardo non si è mai arreso. E, all’agenzia Agi, racconta: “Da allora sono tornato a partecipare a missioni, in Kosovo, negli Emirati Arabi, in Afghanistan: cercavo risposte, avevo bisogno di rimettermi in gioco, di capire se e come ero cambiato. Ma anche se sono passati quindici anni, il ricordo di quella mattina, dell’immane boato prima e del silenzio surreale subito dopo, non si cancella. Come se fosse ieri”.

Il maresciallo, non appena esplode il camion, si trova davanti a uno scenario spettrale: “Ero di guardia, con altri due colleghi, d’improvviso, mentre eravamo in postazione, ci fu un’esplosione terribile e fummo investiti in pieno dall’onda d’urto, sfiorati da una pioggia di pezzi di corimec (i moduli prefabbricati, ndr) e di sassi che correvano veloci come proiettili. Fummo sbalzati a terra, io non mi ritrovai più il fucile tra le mani: non sentivo niente, ma quello che più mi colpì fu la sensazione di essere immerso in un paesaggio lunare, con una luce innaturale e polvere, lamiere, vetri, infissi e calcinacci sparsi ovunque”. Lo scenario di una strage. Già perché, distanti solamente qualche metro, ci sono i corpi dei caduti. Fissi. Immobili. Tinti di rosso e coperti di calcinacci. Solo che ancora nessuno lo sa.

Le frazioni di secondo durano un’eternità. Cosa fare? L’addestramento aiuta e parecchio in questi casi. “Superato lo sconcerto iniziale – continua il maresciallo – e recuperate le armi provammo a contattare via radio i colleghi che immaginavamo più vicini all’esplosione, ma dall’altra parte delle radio non arrivava risposta. Solo dopo diversi, disperati tentativi sentimmo rispondere qualcuno, con un filo di voce: ci disponemmo a partecipare ai soccorsi, ma dalla centrale ci arrivò anche una raccomandazione, ‘attenti ad altri, possibili attacchi'”.

Dopo mezz’ora arrivano le prime e tragiche informazioni: “Avemmo la certezza che c’erano molti feriti gravi, e diversi morti: provavamo rabbia, e impotenza, cercavamo di trattenere le lacrime, ma era difficile anche perché si trattava non di semplici commilitoni ma di amici, di fratelli con i quali avevamo condiviso momenti belli e momenti difficili: e non sapere chi era stato risparmiato dalla tragedia e chi no impastava di incertezza il dolore e rendeva tutto ancora più insopportabile”.

Quel 12 novembre è rimasto nel cuore di un Paese. Un cuore che sanguina ancora. E pure in quello del maresciallo Lombardo: “Quello che è successo quel giorno resterà per sempre nel mio cuore e nella mia anima. Un fardello di cui è impossibile liberarsi”.

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