Guerra /

Nella mattinata di venerdì 28 agosto sulla superficie del mare davanti alle coste dell’Alaska è apparsa una presenza del tutto insolita: un sottomarino a propulsione nucleare russo.

A renderlo noto è stato l’U.S. Northern Command affermando nel contempo che stanno “monitorando attentamente” la situazione.

Secondo i primi rapporti, e secondo le fonti russe, il sottomarino sarebbe l’Omsk (K-186), un’unità lanciamissili da crociera (Ssgn) facente parte della classe Antey (project 949A) o Oscar II in codice Nato. Dovrebbe trattarsi di questa unità in quanto attualmente, nella zona del Mare di Bering, è in corso un’esercitazione navale russa che ha visto, nella giornata di ieri, il lancio di un missile da crociera antinave tipo P-700 Granit da parte dell’Omsk mentre nello stesso tempo l’incrociatore missilistico Varyag (della classe Slava) ha lanciato un missile del complesso P-1000 Vulkan.

I sottomarini classe Antey sono tra i più grandi sottomarini al mondo nati per attaccare i gruppi di portaerei americane bersagliandoli con missili da crociera come i Granit, che verranno presto sostituiti dai più moderni P-800 Oniks, e che potranno anche trasportare missili di nuovo tipo ipersonici 3M22 Zircon oltre ai missili per attacco terrestre 3M14K Kalibr che sono stati già utilizzati in combattimento in Siria.

Il vascello monta 24 tubi di lancio per missili da crociera oltre ad essere dotato di sei tubi lanciasiluri (quattro da 533 millimetri e due da 650). L’Omsk è lungo 154 metri e largo 18,2 per un dislocamento in immersione pari a 23860 tonnellate (a pieno carico); i suoi due reattori da 190 Mw tipo Ok-650V azionano due gruppi di eliche e turboriduttori che spingono l’unità alla velocità massima di 33 nodi (in immersione). L’equipaggio è composto da 107 uomini complessivamente e si ritiene che la profondità operativa sia di 430 metri mentre quella massima di circa 600.

Il sottomarino è stato impostato il 13 luglio 1989 nel cantiere navale Sevmash (presso Severodvinsk) e battezzato Omsk il 13 aprile 1993 sotto il patrocinio dell’amministrazione comunale dell’omonima città della Russia; varato il 10 maggio dello stesso anno è entrato in linea nella Flotta del Nord il 21 gennaio 1994 per essere poi trasferito alla flotta del Pacifico il 14 settembre 1994, dove è ancora attualmente in forza.

Attualmente nel Mare di Bering sono state osservate diverse unità russe. Oltre il già citato Varyag sono state notate la Marshal Krylov, nave per il supporto elettronico facente parte della classe Marshall Nedelin, una nave da assalto anfibio classe Ropucha, una corvetta della classe Stereguschchiy e una classe Sovreshenny, un sottomarino tipo Ssk della classe Kilo insieme ad un cacciatorpediniere della classe Udaloy.

Le circostanze che hanno portato il sottomarino russo in superficie al largo dell’Alaska sono ancora ambigue: potrebbe trovarsi in qualche tipo di emergenza non meglio identificata. Quello che è certo è che è davvero inusuale vedere un sottomarino a propulsione nucleare in emersione, soprattutto se in prossimità di coste “nemiche”. Attualmente il comando americano fa sapere che non hanno ricevuto nessuna richiesta di soccorso da parte dei russi, e da Mosca, come sempre, tutto tace. “Non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di assistenza dalla Marina russa o da altri marinai della zona. Siamo sempre pronti ad assistere chi è in difficoltà” sono state le parole del Northern Command.

Si riagita dunque lo spettro di un possibile incidente, come quello già avvenuto di recente al sommergibile per operazioni speciali Losharik, ma soprattutto come quello, purtroppo famoso, del Kursk, che apparteneva proprio alle medesima classe dell’Omsk.

Quel 12 agosto di 20 anni fa, nelle fredde acque del Mar di Barents, i 118 uomini dell’equipaggio del Kursk trovarono la morte in poco più di un centinaio di metri d’acqua; una morte orrenda, per annegamento, asfissia e per le dirette conseguenze dell’esplosione della parte prodiera del vascello.

Un incidente che è ancora avvolto da una cortina fumogena, mai sollevatasi nel corso degli anni, che contribuisce ad alimentare i sospetti che quel giorno, nelle profondità di quel mare ai limiti dell’Artide, sia avvenuto qualcosa che non deve essere detto.

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