Da maggio del 2017, Tabqa è una cittadina liberata dall’Isis grazie all’azione congiunta delle forze curdo-siriane e di quelle statunitensi. Nella conquista della città, fondamentale a livello strategico perché vicino alla diga sul lago Assad e soprattutto a cinquanta chilometri da Raqqa, la collaborazione fra forze dei ribelli e coalizione internazionale è stata fortissima, e può essere certamente annoverata come una delle vittorie di questa alleanza nel conflitto siriano. Giovedì scorso, Brett McGurk, inviato speciale della Casa Bianca per controllare lo stato di avanzamento delle operazioni al nord della Siria, è stato proprio lì, a Tabqa, per vedere come i suoi soldati stiano monitorando la liberazione della città effettuate dalle SDF.

[Best_Wordpress_Gallery id=”518″ gal_title=”SDF A RAQQA OK”]

Il controllo della liberazione della città da parte delle milizie curde, siriane e arabe unite nella sigla delle SDF, non è un tema secondario nella logiche politiche che compongono lo scenario post-bellico della guerra in Siria. Al contrario, si può dire che, paradossalmente, la parte più difficile arriva proprio adesso. Perché finché si è trattato di addestrare le forze ribelli, rifornirle e bombardare il Califfato, le operazioni non erano semplici, ma in fondo si sapeva sia l’obiettivo sia le modalità con cui ciò doveva avvenire. C’era un obiettivo a breve termine, che era la riconquista della città; e c’era un metodo collaudato di supporto alle forze ribelli. Il problema viene ora, cioè nel momento in cui, liberata la città, le forze curde dello YPG, le milizie ribelli siriane e arabe e le forze della coalizione internazionale a guida americana, dovranno mettersi intorno a un tavolo per definire il piano della ricostruzione e del ripristino della vita della città.

Come ha scritto Micheal Gordon, in un reportage per il New York Times, Tabqa può trasformarsi in poco tempo nel vero laboratorio della politica di Trump sul futuro della Siria. I cittadini sono allo stremo delle forze, devastati prima da anni di occupazione da parte delle forze del Califfato, poi da una battaglia per la sua liberazione che ha distrutto gran parte degli edifici, sia pubblici che privati. L’economia è ormai in sostanza azzerata. Manca tutto, dall’energia elettrica, perché i miliziani del Daesh hanno voluto distruggere la centrale idroelettrica sulla diga del lago Assad, manca acqua potabile perché i sistemi di depurazione delle acque sono fuori uso, manca il cibo e soprattutto mancano le medicine. Manca anche il carburante, mancano i mezzi, e infine, come segnalato nel reportage, manca il lavoro e la benché minima fonte di sostentamento economico. Se non è una città morta, perché la gente ancora sopravvive, resta comunque una città che non può vivere a lungo.

È con queste premesse che le forze della coalizione internazionale devono ora dare una nuova vita a Tabqa. Ma come a Tabqa, così accadrà in tutte le aree che sono state liberate dalle forze ribelli e dagli alleati occidentali. Perché mentre la riconquista da parte dell’esercito regolare di Damasco, significa riportare lo Stato siriano lì dove era scomparso, e dunque, in primo luogo, riportare anche gli stipendi pubblici e i servizi che garantiva la Siria di Assad, così non è per le aree prese dai miliziani curdi, delle SDF e dagli occidentali. Qui non si tratta soltanto di ricostruire fisicamente la città, ma significa riuscire a giungere a un compromesso di sistema che conduca a uno state-building in mano a forze che non hanno mai governato. L’esercito di Assad vuole entrare in possesso della città e ottenerne il controllo, ma i ribelli non cedono e si aspettano che siano rispettati gli accordo sulle cosiddette deconfliction areas. Il tutto, però, a discapito della cittadinanza, che adesso dipende dagli aiuti umanitari internazionali, peraltro difficilmente ottenibili.

A questi problemi di natura economica e sociale, si aggiunge infine un problema politico: cioè il governo della città. Un esempio di questa costruzione di un nuovo sistema politico potrebbe essere la nascita di un “consiglio delle donne”, che rappresenti le donne della città nell’amministrazione. Una svolta importante nella vita della città di Tabqa e che manifesta l’importanza del ruolo della donna nelle truppe dei curdi siriani. Dopo una guerra di liberazione in cui le donne hanno avuto un’importanza pari a quella degli uomini, era chiaro sin da subito che queste combattenti non avrebbero accettato passivamente un ruolo subalterno nella politica delle zone liberate. Hayat Ismael, governatore della città dopo la liberazione, ha riunito nei giorni scorsi il primo nucleo di questo consiglio, e sembra essere in procinto di darne una definizione giuridica e politica. Un messaggio importante non soltanto per la città di Tabqa, ma anche per tutte le città che si apprestano a essere liberate dai ribelli e dalla coalizione internazionale.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.