Le minacce nucleari dal fronte ucraino non si riducono dell’impiego di armi nucleari tattiche in caso di escalation, ma anche dalla totale assenza di notizie verificabili delle centrali di Chernobyl, Zaporizhzhia e dall’impianto di ricerca nucleare di Kharikiv: tutti siti caduti in mano delle truppe russe che sembrano averli considerati obiettivi strategici da assicurarsi durante l’avanzata.

Secondo gli enti preposti in Europa, non è stata rilevata alcuna variazione dei livelli di radioattività nell’atmosfera. Lo ha confermato in Italia la sala operativa Cevad dell’Ispettorato nazionale di sicurezza nucleare e la radioprotezione sulla circonvallazione Ostiense a Roma, avvertendo che la minima anomalia verrebbe registrata e segnalata in tempo reale. “Non c’è nessuna emergenza nucleare“, hanno preferito precisare gli enti italiani che monitorano questa remota evenienza – che pure colpì il nostro Paese come il resto dell’Europa in quel terribile 1986. Ma sembra essere stata una precisazione necessaria, data l’impennata di domande riguardante la presenza di rifugi antiatomici e quella di farmaci a base di iodio che rappresenterebbero in realtà le principati contromisure previste dai piani che andrebbero messi in atto in caso di uno strike-nucleare portato con armi “tattiche” in Europa.

Parliamo di interventi diretti che coinvolgerebbero la nostra popolazione e verrebbero attuati solo ed esclusivamente se la “fonte della contaminazione” venisse registrata entro in 200 chilometri dal territorio italiano. Le centrali nucleari ucraine distano oltre 1.000 chilometri. Dunque non rappresenterebbero per noi una “minaccia” immediata.

Il piano nazionale per gestire emergenze nucleari

Esiste, come tutti immaginiamo, un piano nazionale per gestire emergenze nucleari e radiologiche, e questo prevede tre diversi step basati su entità e distanza dai nostri confini di un incidente nucleare: entro 200 km dai confini nazionali, tra 200 e 1.000 km, e nel caso la fonte di radiazioni si trovi in un territorio al di fuori del continente europeo.


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Le indicazioni principali sono quelle di rimanere a casa, serrando porte e finestre e non azionando i sistemi di ventilazione o condizionamento che pompano l’aria dall’esterno. Questo per un periodo di tempo che potrebbe limitarsi a poche ore, fino ad arrivare ad un tempo massimi di due giorni. Fondamentale si rivelerebbe una corretta gestione della iodioprofilassi al fine di evitare l’assorbimento di iodio radioattivo che si rivelerebbe estremamente nocivo per la tiroide. Tale accortezza riguarderebbe principalmente bambini e adulti fino a 40 anni, oltre alle donne incinte e in fase di allattamento. Verrebbero in questa evenienza distribuiti farmaci a base di iodio su indicazione del ministro della Salute – solo ed esclusivamente nelle aree interessate.

Il secondo step, quello che coincide con le attuali preoccupazioni dopo la notizia di scontri e cannoneggiamenti intorno alla centrali nucleari ucraine, prevede il blocco cautelativo del consumo di alimenti e mangimi provenienti dalle aree interessate. Il terzo step si limiterebbe al controllo delle importazioni provenienti dalle aree interessate e al rimpatrio di cittadini italiani in transito rimasti esposti alle radiazioni.

A questo incubo mai sopito di un eventuale incidente nelle centrali nucleari che “nessuno vorrebbe” – in Europa ne esistono 107 – ma che risolverebbero gran parte della crisi energetica verso la quale stiamo galoppando, si aggiungono ovviamente le minacce neanche troppo velate del presidente russo Vladimir Putin in seno all’escalation del conflitto ucraino. Che oggi come una settimana fa minaccia di allargarsi se potenze terze intervenissero a fianco di Kiev. Tali preoccupazioni hanno spinto gli italiani a porsi nuovamente una domanda che era rimasta tra le polveri e i ricordi della Guerra Fredda: dove sono i bunker dove potremmo rifugiarci in caso di un raid aereo e lancio di armi nucleari?

I bunker italiani, dal Duce al Sifar

Nel nostro paese bunker e rifugi antiaerei, cementati testimoni inestirpabili della nostra storia passata, sono diffusi per tutta la sua lunghezza e larghezza, con una concentrazione sui confini settentrionali, e nelle grandi città. Tuttavia, sono pochi quelli di grandi dimensioni, ancora agibili e recuperabili nell’ipotesi più che remota di un bombardamento – che riguarderebbe i centri maggiori, più come rappresaglia che come obiettivo strategico da eliminare – ai danni della Repubblica Italiana. Paese membro dell’Alleanza Atlantica dal 1949, nonché suo fondatore insieme a Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, e Stati Uniti.

Realizzati o riadattati specialmente nel corso della Seconda guerra mondiale, o in seguito nella lunga e mai scoppiata Guerra Fredda, i bunker italiani videro impegnati i migliori ingegneri degli anni ’30 e ’40, e contano tra i più noti la rete dell’Opera-1, nel Trentino Alto Adige, dove tra il 1938 e il 1942 vennero impiantanti oltre cinquanta rifugi di cemento tra le città di San Candido, Sesto e Dobbiaco; il bunker Breda – più precisamente parte della rete di rifugi antiaerei della V Sezione Aeronautica della Breda – che riguarda il settore est del Parco Nord di Milano; il famoso bunker scavato nel monte Soratte, rifugio antiaereo costruito a nord di Roma per volere di Benito Mussolini nel 1937, con il fine di proteggere, all’occorrenza, le alte cariche dell’Esercito Italiano e del governo; e alcuni bunker sotterranei nelle grandi ville che hanno ospitato i Savoia.

È proprio il bunker allestito nelle gallerie del monte Soratte, massiccio calcareo dal singolare profilo che spicca nella piana del Tevere, sulle cui porte di pensate acciaio ormai da tempo rugginoso compare il simbolo dell’Alleanza Atlantica, a rappresenta ancora oggi una delle più “imponenti opere di ingegneria militare” presenti in Europa. Trasformato nel 1963 in bunker anti-atomico per quelle che allora vennero identificate come le “persone con alti compiti di governo” in caso di uno strike nucleare sulla capitale italiana, che dista appena una quarantina di chilometri, benché in disuso rimane forse l’unico vero rifugio efficace.

Altri bunker, meno “resistenti”, sono quello allestito per il Re Vittorio Emanuele III, scavato nelle viscere della villa romana Ada Savoia e sulla cui porta troneggia la scritta: “La politica non violi questo luogo, da qui esca solo la storia”. Quello di Villa Torlonia, residenza nobiliare poi donata al Duce, sempre nel centro di Roma. E quello nelle profondità di Piazza Venezia, completamente dimentico e riscoperto solo nel 2010.

La maggior parte di questi bunker, se non la loro totalità, al termine del secondo conflitto mondiale è andato in disuso. O è stato  commutato – come valse proprio per il Soratte prima della sua nuova segreta utilità antiatomica – in depositi e polveriere, prima di venir abbandonati e visitati, nel migliore dei casi, dai pochi turisti ancora interessati ai residuati bellici.

Oggi, nel tetro spettro di un conflitto termonucleare che sembra essere tornato tra le opzioni militari, e terrorizza, anche solo sotto l’aspetto di remota ipotesi, in molti si domandano, forse ispirati dai film apocalittici che tanto sono piaciuti ad Hollywood, quale sarebbe il posto giusto dove “rifugiarsi” in caso sentissero improvvisamente le sirene antiaeree suonare (molti si chiedono se ci sono ancora le sirene antiaeree, sagacemente).

Altri, in preda al panico dettato dal momento e ricordandoci il fanatismo degli anni ’50 e la corsa al bunker domestico di milioni di americani, si stanno informando su quanto verrebbe a costargli allestire rifugi sotterranei NBC (protezione nucleare-batteriologica-chimica) ad uso domestico o aziendale. La triste verità, è che la potenza raggiunta nell’ambito degli armamenti termonucleari, non lascerebbe comunque scampo all’uomo comune: se ci sono bunker a prova di guerra nucleare, noi non lo sapremo mai. Vale forse la pena di ricordare ancora una volta il genio di Kubrick, l’arma fine di mondo, e le strampalate ma non per questo irreali teorie del Dottor Stranamore.

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