Prosegue il pressing degli Usa sull’Italia. La guerra in Libia per stabilizzare il fragile governo di unità nazionale e combattere il Califfato sembra ormai alle porte.

Qualche giorno fa, il New York Times ha pubblicato una lettera in cui il segretario della Difesa Usa, Ashton Carter, chiede all’Italia maggiori sforzi nella lotta all’Isis, in particolare sul fronte iracheno: “Infine richiamandomi alla conversazione avuta a Roma a fine ottobre spero che in futuro l’Italia consideri la possibilità di contribuire alle capacità di bombardamento nella lotta all’Isis”.

Un passaggio chiave della lettera, come ha sottolineato Gian Micalessin, che mostra come questo invito sia riservato all’Italia in particolare e non a tutti gli alleati, come inizialmente si era detto.

Ma per l’Italia la Libia rimane il primo fronte. Innanzitutto per il pericolo diretto dello Stato islamico che si affaccia sulle nostre coste. E poi per gli interessi economici italiani, Eni in testa, che sono minacciati dall’avanzata degli jihadisti.

Domenica scorsa, i media britannici avevano annunciato il piano di Londra per attaccare la Libia: uomini della Raf e agenti dell’intelligence sono stati a Tobruk, la settimana scorsa, per individuare obiettivi militari dello Stato islamico. Non solo: presto potrebbero scendere in campo anche le forze speciali dei Sas, oltreché istruttori di forze locali.

L’Italia, come scrive La Stampa, schiererebbe le sue eccellenze: “Tornado e reparti speciali di piccole dimensioni ma di forte impatto operativo”.

E proprio Londra e Roma, ai quali viene richiesto uno sforzo in più, saranno i leader della coalizione anti-Isis in Libia. Gli americani, come spiega La Stampa, “fornirebbero droni, aerei e intelligence, i tedeschi si sono ritagliati un ruolo nell’addestramento militare, in Tunisia. I francesi si concentrerebbero sul confine sud, quello che si affaccia sul Mali dove si concentrano gli interessi di Parigi”.

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