Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha esternato in più occasioni la preoccupazione americana di un “imminente” intervento militare della Russia ai danni dell’Ucraina. La massiccia concentrazione di mezzi e truppe nei distretti più occidentali della Federazione e la discreta occupazione della Bielorussia non possono né essere ignorate né derubricate a normali manovre d’addestramento/ispezione delle forze armate moscovite. Eppure il dossier ucraino presenta più rischi che opportunità per l’America e l’Alleanza Atlantica.

La valigia senza manico

A Washington ne sono certi: Mosca ha intuito il bluff americano sui destini di Kiev. Le promesse della “rivoluzione della dignità” sono infrante, la “battaglia di Euromaidan” (febbraio 2014) si è rivelata una mossa tattica non coperta da un solido costrutto strategico. Per i decisori moscoviti, le reiterate parole del presidente americano sul non invio di truppe statunitensi a difesa dell’Ucraina sono un’ammissione lampante: l’ex paese sovietico è sacrificabile e la sua integrità non rientra tra gli obiettivi preminenti dell’immenso impero americano. Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg non può che accodarsi al cauto (o infingardo) orientamento della Casa Bianca: la vasta nazione sarmatica non è oggettivamente difendibile.

L’Ucraina senza Crimea è come una valigia senza manico. Un gravoso e scomodo fardello che la Nato si è trovata fra le braccia, destinato inevitabilmente a cadere.

Con la decisione assunta nella notte tra il 22 e 23 febbraio 2014 di reintegrare la grande penisola del Mar Nero alla Russia, il presidente Vladimir Putin ha posto le precoci condizioni per inibire ulteriori politiche assertive dell’Alleanza Atlantica verso est. Mantenendo il controllo su Sebastopoli e sulla Flotta del Mar Nero, il Cremlino ha abbozzato un primo accerchiamento bellico a sud dell’ex paese satellite, passato da un giorno all’altro sotto il controllo euroatlantico. Il trasferimento in atto questi giorni di uomini e sistemi d’arma moscoviti nel “cuneo bielorusso” completa a nord l’aggiramento militare dell’Ucraina. Questo è il vero motivo per il quale in otto lunghi anni dallo scoppio della “rivolta colorata” (rivolta ≠ rivoluzione) gli attenti strateghi d’oltreoceano non abbiano mai realmente preso in considerazione la realizzazione di basi militari nell’Ucraina centro-orientale. Inviare 5 mila uomini in un’enorme sacca priva di elementi orografici difensivi sarebbe ininfluente; dispiegarne 50 mila significherebbe decuplicare l’esposizione (e l’insipienza).

Le intenzioni di medio termine del Cremlino erano facilmente intuibili al Pentagono; e infatti gli apparati americani hanno intensificato gli investimenti per la fortificazione del fronte orientale della Nato a ridosso dell’istmo d’Europa. Implementando in via preferenziale progetti economici e strategici lungo l’asse Danzica-Costanza, Washington ha di fatto escluso il vulnerabile partner ucraino dal consolidante blocco occidentale. Per inciso: la concezione e programmazione statunitense di tali piani geostrategici – a partire dallo scudo missilistico Aegis Ashore in Polonia e Romania – è cominciata ben prima degli eventi di Euromaidan. Segno questo che, contrariamente alla vulgata dominante, l’Ucraina non è mai stata tra le priorità per gli Stati Uniti: perché investire miliardi di dollari in una linea difensiva che corre dalla Polonia alla Romania, se nel giro di pochi anni si sarebbe trasformata in onerosa e inutilizzata retroguardia? L’ex paese sovietico è stato usato e abusato tatticamente per ferire la Russia, senza ulteriori impegni strategici. Il game master (colui che organizza il gioco) dimora ancora in Nord America.

Mappa di Alberto Bellotto

La trappola del Mar Nero

Senza un adeguato supporto navale, la difesa della già accerchiata Ucraina è irrealizzabile. Ma l’appoggio marittimo nel Mar Nero non è implementabile dalle marine occidentali senza l’assunzione di rischi maggiori. Lo specchio d’acqua eusino è infatti un bacino semi-chiuso dotato di un’unica via d’accesso, serrabile artificiosamente mediante incidenti indotti di imbarcazioni civili. Anche la flotta statunitense – la più potente del mondo – una volta intrappolata sarebbe vulnerabile agli attacchi costieri. Soprattutto in virtù della posizione centrale dell’ultra fortificata penisola di Crimea, i cui assetti militari potrebbero agevolmente spingere in un angolo le navi avversarie. Nemmeno la più potente tra le navi sarebbe immune all’affondamento. Per gli alti comandi russi, il concetto (e la condotta) è alquanto semplice: se un’imbarcazione nemica è dotata di dieci infallibili proiettili antimissile, basta lanciargliene addosso undici. Se anche gli Stretti non venissero ostruiti, l’eventuale ritirata di una grande flotta si trasformerebbe in dramma con un pericoloso e caotico effetto imbuto nel Mar di Marmara. Si sa: la strategia è sempre e comunque sovraordinata sia alla tattica sia alla tecnologia.

Prendere atto che non siamo più nell’Ottocento e che il “lago russo” non si presta più alla proverbiale “diplomazia delle cannoniere” è un nesso concettuale che gli americani hanno colto da tempo. E infatti investono nel potenziamento del porto militare di Alessandropoli (Grecia) nel Mar Egeo, non in fantomatiche basi navali nel Mar Nero e nel Mar d’Azov. All’evenienza, è meglio contenere la proiezione navale russa immediatamente fuori dal Ponto Eusino, non dentro. La periodica sortita di fregate americane non di ultima generazione nel Mar Nero hanno il solo scopo politico di rasserenare i timorosi alleati e partner rivieraschi della Nato: Romania, Bulgaria, Ucraina, Georgia e – in misura molto minore – Turchia.

La chiave della Crimea

La Crimea russa neutralizza dunque qualsiasi azione occidentale incisiva sia nell’entroterra ucraino sia nello specchio d’acqua eusino. Se il confronto tra Stati Uniti e Russia fosse una partita a scacchi, la mossa subitanea di Putin di annettere la Crimea sarebbe un’imbarazzante “forchetta”: un singolo pezzo è nella posizione di minacciarne due simultaneamente, lasciando nel giocatore antagonista il senso di inesorabile perdita.

Ecco perché Stati Uniti e Regno Unito sono pronti al solo invio di tecnici militari per predisporre difese informatiche in caso di attacco cibernetico della Russia contro le infrastrutture ucraine (elettricità in primis). Ma anche questa è solo una mossa simbolica, nulla di veramente concreto. In caso di offensiva bellica, gli approntamenti soft delle cybertruppe anglosassoni non potrebbero nulla contro l’equipaggiamento hard elettro-magnetico in dotazione alle forze russe (misura più plausibile rispetto al dispositivo informatico). Peraltro non potrebbero procedere con rappresaglie cibernetiche in caso di attivazione del nuovo scudo RuNet, vera e propria “cortina di ferro digitale” tra Occidente e Russkij Mir (mondo russo).

L’unica opzione realmente attuabile dalle cancellerie occidentali più arrembanti è la fornitura a Kiev di armi moderne “difensive”(es. missili anticarro Javelin), ciò che la restia Berlino insiste a non fare. Il rischio che l’Ucraina non sia in grado di corrispondere il pagamento dei sistemi d’arma è un azzardo minore per Londra e Washington: logorare e azzoppare il nemico russo in una sanguinosa avventura militare è la reale ricompensa. Soprattutto perché priva di perdite umane per le distanti potenze e attente potenze talassocratiche. Lo smacco da ovviare è l’involontario trasferimento dei preziosi carichi nelle mani di agenti del Gru (intelligence militare russa), che li “dimenticherebbero” nei depositi ucraini fino all’arrivo delle truppe moscovite. Si tratterebbe in questo caso di una consegna di tecnologia preziosa al futuro occupante russo.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.