Al largo della costa della Siria torna la portaerei americana  Uss Harry S. Truman, la nave da cui è partito lo  strike del 14 aprile scorso. Il gruppo di battaglia della portaerei a propulsione nucleare è entrato nel Mediterraneo orientale la scorsa settimana. Fa parte della nuova strategia voluta da James Mattis, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti. Il capo del Pentagono vuole continua mobilità della sua flotta, niente rotte eccessivamente predefinite, turnazione costante, per non dare vantaggi agli avversari.

Ma alla strategia di Mattis, si aggiunge anche  un forte segnale politico e militare: gli Stati Uniti sono tornati a poche miglia dalla costa siriana. E son tornati proprio con quella nave da cui hanno colpito l’esercito di Damasco insieme a Francia e Gran Bretagna dopo il presunto attacco chimico di Douma.

Il comandante della task force statunitense, Rear Adm.  Eugene Black, ha annunciato che l’arrivo del gruppo “invia un segnale forte ai nostri partner che ci impegniamo a mantenere la pace e la sicurezza nella regione e ovunque ci sia una minaccia di terrorismo”. Black ha parlato di lotta allo Stato islamico, per aumentare il contributo della marina usa alla coalizione internazionale. Ma è soprattutto quel  “messaggio ai partner” che va interpretato anche alla luce di quello che sta succedendo nel sud della Siria. 

Da alcune settimane, l’esercito siriano, insieme alle forze alleate, sta concentrando gli sforzi per la liberazione del sud della Siria, in particolare per sconfiggere le ultime roccaforti ribelli di  Quneitra e  Daraa. L’avvicinamento delle forze legate a  Bashar al Assad al confine con Israele e Giordania preoccupa (e molto) gli Stati Uniti e tutti i partner regionali.

La Russia sta cercando di dirimere la questione attraverso i suoi canali diplomatici con Israele. Gli incontri di  Vladimir Putin con  Benjamin Netanyahu e le successive  negoziazioni più o meno segrete fra iraniani e israeliani con l’ausilio della Giordania, hanno portato a una sorta di tregua fra Tel Aviv e Teheran. Ieri  una nuova telefonata tra Putin e il premier israeliano è servita per chiarire la messa in sicurezza del confine israelo-siriano.

Assad e Putin sembrano orientarsi verso un’unica difficile scelta:  convincere gli iraniani e le milizie sciite a ritirarsi per evitare che da Israele tornino a colpire por piro nella fase finale dell’assedio.

Gli aerei di Israele non bombardano in territorio siriano da settimane dopo i raid che hanno colpito in maniera profonda l’infrastruttura dell’Iran in Siria. Un segnale che, evidentemente, l’accordo sta dando i suoi primi frutti. Ed Hezbollah, effettivamente, non sembra più impegnato in prima linea, anche se da Israele accusano che si tratti di una messa in scena, mentre  Assad ribadisce l’alleanza con il Partito di Dio.

Ma il rischio che il livello di tensione possa rialzarsi è molto alto. E la scelta degli Stati Uniti di inviare la portaerei Truman non lontano da dove infuria la battaglia, è certamente un segnale di come il Pentagono voglia vederci chiaro. Soprattutto perché a pochi chilometri da dove si svolge l’offensiva, c’è la fondamentale  base Usa di Al-Tanf. E ha già minacciato Assad in caso di avvicinamento.

La base militare a cavallo tra Siria, Giordania e Iraq è il nodo fondamentale della strategia usa nel sud della Siria. Stabilizzato il nord-est con l’appoggio delle forze curde, il sud resta ancora un mistero per il futuro. Il governo siriano, legittimamente, pretende che gli Usa si ritirino da al-Tanf e lasciano il territorio alle forze nazionali. Ma il Pentagono ha sempre smentito un suo ritiro, quantomeno nell’immediato. Gli interessi sono molto alti.

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