Il Syria Study Group (SSG) è un comitato bipartisan di 12 esperti, nominati dal Congresso Usa per dare indicazioni ai vertici della politica e delle forze armate sulla strategia da tenere in Siria. Un paio di settimane fa l’SSG ha pubblicato il proprio rapporto finale. Un lavoro molto interessante, soprattutto alla luce di quanto successo nelle ultime ore, a cui però nessuno ha prestato attenzione perché la sua diffusione è avvenuta nello stesso giorno in cui Nancy Pelosi annunciava la decisione della Camera a maggioranza democratica di avviare la procedura di impeachment nei confronti di Donald Trump.

Un peccato. Perché lo studio dice una serie di cose forse discutibili ma precise, su cui tra l’altro concordano molti negli ambienti politici e militari di Washington. Per esempio: in Siria la guerra è tutt’altro che finita ma è solo entrata in una nuova fase, come pure la minaccia posta dall’Isis. C’è il rischio di una spedizione militare turca, con grave pericolo per i curdi alleati degli Usa, i quali già scontano le tensioni con una parte della popolazione araba insediata nei “loro” territori. L’influenza dell’Iran è in crescita e le truppe Usa devono restare in Siria proprio per evitare una saldatura tra le aree della Siria controllate da Assad e quelle dell’Iraq, appena al di là dell’Eufrate, in cui operano le milizie sciite filo-iraniane. Il problema dei profughi siriani (per l’SSG causato dalle violenze di Assad) è lungi dall’essere risolto, al contrario, rischia di aggravarsi.

La domanda dunque è: perché il presidente Trump, nel momento in cui la spedizione militare turca pare imminente, fa l’esatto contrario di ciò che gli esperti americani riterrebbero giusto fare? Perché molla i curdi al loro destino? Perché ritira le truppe? Perché dà spazio alle ambizioni di Erdogan, che vuole ritagliare una fascia profonda una trentina di chilometri lungo l’intero confine turco-siriano (480 chilometri) e in essa ricollocare gran parte dei 3,6 milioni di profughi siriani fuggiti in Turchia?

Le decisioni di Trump sono improntate a un cinismo quasi spietato. I curdi hanno versato sangue per combattere l’Isis in prima linea, da Mosul a Raqqa, convinti che l’alleato americano li avrebbe infine aiutati a realizzare il sogno di sempre: uno Stato indipendente, magari nella forma embrionale del Rojava. Oggi, invece, si trovano abbandonati a se stessi di fronte alla prossima offensiva dell’esercito turco e alle ambizioni di Erdogan, che non ha mai smesso di considerarli terroristi pericolosi per la Turchia.

Chi oggi si stupisce, però, dimentica che Trump ha mostrato nel tempo una sua coerenza. Nel settembre del 2017 il leader (curdo) del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, convocò un referendum per l’indipendenza della regione dal governo centrale iracheno. Ottenne il 93% dei consensi ma la Casa Bianca, che ai tempi di Saddam Hussein era stata la grande protettrice dei curdi,  rifiutò di riconoscere l’esito del voto e così spalancò la strada alla reazione di Baghdad, che mandò l’esercito e in pochi giorni rimise in riga il Kurdistan.

La morale di quella storia è chiara. Dal punto di vista strategico, per gli Usa era più importante conservare l’unità nazionale dell’Iraq piuttosto che favorire spinte centrifughe che avrebbero generato ulteriore caos tra Siria, Turchia e Iran e rischiato di accrescere la già forte influenza iraniana sull’Iraq.

Analoga, in questi giorni, la situazione con i curdi del Nord della Siria. Già l’anno scorso Trump aveva annunciato il ritiro delle truppe Usa (e infatti è da allora che Erdogan progetta la sua spedizione), cambiando poi parere per le pressioni dei suoi consiglieri. E il dilemma è rimasto lo stesso: fare il gesto nobile di proteggere gli amici curdi o provare a ricucire con Erdogan, leader di un Paese cruciale nell’area, che possiede il secondo esercito della Nato e negli ultimi tempi si è pericolosamente (dal punto di vista Usa) avvicinato alla Russia di Vladimir Putin?

La realtà è che l’appoggio americano alla causa dei curdi è sempre stato tattico, strumentale. Le esigenze strategiche degli Usa sono altre, anche rispetto alla stessa Siria. Con le decisioni delle ultime ore, Donald Trump sposa una volta di più l’agenda di Israele e Arabia Saudita. Assad potrà anche vincere la guerra, ma sarà sempre una vittoria pesantemente mutilata dalle enormi distruzioni subite dalla struttura sociale e produttiva del Paese e dal fatto che, comunque, un’ampia porzione del Nord non tornerà sotto il suo controllo. Quel che conta, ora, è contrastare l’Iran, come chiedono a gran voce i vertici israeliani e sauditi. Per farlo, meglio avere voce in capitolo con Iraq e Turchia che tenere 200 soldati in Siria per non deludere il Rojava curdo. Brutto da dire, ma è così.

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